PIETRO POMPILIO RODOTA’

DEL RITO GRECO IN ITALIA

(ROMA 1763)

 

Lungro

 

Sorge questa Terra in ameno, e delizioso sito a ridosso della montagna petrosa, dirimpetto al monte Polino, bagnata dal fiume Leotiri, circondata da miniere di finissimo sale, e distesa in longitudine dall'occidente all'oriente. Il clima benché inclini al freddo, è nondimeno salubre. Denominato sulle antiche carte Ungarum , e Lungrium, non era nel secolo XII. Che un rozzo ed inculto casale nel distretto di Altomonte , cui conciliò qualche nome il monasterio basiliano costruttovi da Ogerio e Basilia sua consorte. Questo principe, il quale traeva sua discendenza dalla famiglia Guasta o Vasta de' Duchi di Spoleto, come hanno scritto chiarissimi autori, edificò in Acquaformosa un monasterio ai Cistercensi 3 .Volendo dare ulteriori contrasegni di sua pietà, un altro ne apri a monaci greci in questo casale, che dismembrò dal territorio d'Altomonte, di cui era signore. Arricchitolo di vaste tenute, gli attribuì ancora la giurisdizione civile sopra gli abitatori, che veniva in conseguenza della donazione del vassallaggio, e del circoscritto distretto. Le parole, che si leggono nello stromento recato dall’Ughelli  sono le seguenti: Donamus, & concedimus in perpetuum, locum & tenimentumpro faccenda abbatia in Ecclesia, qǽdicitur S.Mariae a fontibus a del monachis S.Dasilii prope casale Lungrum ad preces Domini Soffridi Episcopi Cassanensis. Appiè del diploma scorgesi il solo segno della croce impresso dai donanti, ch'era l'ordinaria segnatura de' principi di quella stagione, come osserva il chiarissimo Mabillonio, che prodotti molti monumenti, conchiude: Solum crucis signum manu principis expressum erat, cœtera Cancellarius feu Notarius scribebat. La data è notata così. Anno ab Incarnatione Domini N.F.Christi 1193. Primǽ indictionis, regnante gloriosissimo Imperatore nostro Henrico primo, anno imperii ejus fecondo, maii…. Se applicaremo l'animo all'esame di quest'epoca camminando sulla traccia della serie de' tempi, e dietro le vestigie della storia, metteremo nel chiaro lume la verità, e sarem' obbligati di fissare in altro tempo la donazione. Essendo primieramente cosa certa, che negli atti pubblici stipolati nel regno di Napoli v'eran notati i principi allora regnanti: ciò è bastante ad iscoprirci ben tosto la falsità di quelle parole: regnante Imperatore nostro Henrico primo Fra gl'Imperadori Errici, il sesto solamente di questo nome unì all'Imperio il reame di Napoli per mezzo delle nozze contratte colla Regina Costanza unica e legittima erede: onde Errico VI. e non il primo regnava in Napoli, allorché Ogerio e Basilia stabilirono il monasterio brasiliano di Lungro. E poichè egli entrò l'anno 1195 nel possesso delle provincie napoletane, contrastatogli per l'avanti da Taancredi; chiaro è l'errore dell'anno 1193. in luogo del 1195 , o 1196., o 1197. in cui Errico VI. terminò la carriera de' giorni. In quale di questi tre anni si debba fissare l'epoca, non sarà malagevole di raccoglierlo dall'indizione, che nel diploma è notata la prima. Cominciata questa a correre dal settembre del 1197, ognun vede che la data dello stromento dee correggersi , e riportarsi dal 1193 al 1197. che fu l' ultimo anno della vita di Errico VI. Imperadore insieme e Re di Napoli. Più mostruoso è l'errore scorso in una copia autentica, che va per le mani dei Lungresi; la quale dalla precedente è difforme, perchè regna l'epoca della fondazione del monastero nel 1156. A quest'anno non corrisponde l'età d'Errico; nè del primo, che regnò nell'Imperio dal 1002 fino al 1024.; nè del sesto che governò Napoli dal 1195 al 1197. Neppure corrisponde la nota dell'indizione, che nel detto anno I 156 correva la quarta, e non altrimenti la prima .

Il vizio delle note cronologiche si rifonde all'innavvertenza ed imperizia e de' notari, che ne hanno formati i transunti, e de' copisti, che ne hanno trascritte le carte. Nei monumenti riferiti dal Margarino nel bollario cassinese, dall'Ughelli nell'Italia sacra, e da altri chiari autori ci si presentano ad ogni passo ere stravolte, nomi proprj corrotti, indizioni false, passi tronchi, ed atti viziati; scoverti nel nostro secolo e messi in chiaro dopo lunghi esami e ricerche dalla sagacità degl’illuminati letterati, che gli hanno ripurgati dai molti e gravissimi abbagli 1. Dell'errore in particolare trascorso nelle copie del diploma d'Ogerio, non ci è ignoto l'autore. L 'originale pergamena superiore agli oltraggi del tempo, serbavasi tuttavia l'anno 1484 col cordone di seta rossa, e suggello pendente, impresso in cera di color celeste, secondo l'ordinario costume di quel secolo, in cui fu spedito. Cancellati in gran parte dall'antichità di tre e più secoli i caratteri, e corrosa la pergamena dall'inchiostro, la commendevole diligenza di Paolo Porta abbate commendatario di Lungro, volendo riparare la perdita di si prezioso monumento, si valse dell' opera del notaio Carlo Antonio de Lutiis della Terra di Altomonte. Ma questi non avendo veruna cognizione delle antiche cronologiche note, e molto meno della storia ecclesiastica, col cui soccorso dissipar potesse le nuvole cagionate dai neffi e dalle cifre, vivendo in un secolo, in cui tali studj erano trascurati; ed inoltre soggiornando in un picciol luogo della Calabria, privo di persone perite, che lo mettessero nel retto sentiere; quindi è, che si confuse nell'interpretazione degli anni, cadde in manifesti errori di sopra palesati, e trasse anche i posteri a ciecamente seguirlj  nelle copie, che in gran numero sono state sparfe .

In questo monastero adunque edificato l'anno 1197 da Ogerio e Basilia sua consorte Conti d'Altomonte , furono introdotti i Basiliani; i quali menando aspra vita, macerandosi co' digiuni, e dotati di rare virtù acquistarono riputazione e fama di religiosi dabbene, ed istruivano nelle sacre e profane lettere i con vicini, e particolarmente i Lungresi; i quali imparando da loro a conoscere , e a disprezzare il mondo, risolvevano dovente di darsi a Dio nella religione, e di vestire l'abito monastico per passare il restante dell'età negli studj proprj d'un cristiano sotto le loro istruzioni, santi insegnamenti, ed esempj edificanti. Lo ritennero fino al 1525. come si raccoglie dagli atti della visita fatta de' loro cenobj l'anno 1575 ; in cui l'Arciprete di Lungro testificò al visitatore , che cinquant'anni prima aveva apprese le greche discipline da quei monaci, co' quali aveva familiarmente conversato: Archipresbyter annorum 70 'vidit ibi monachos grecos, & fuit illlorum discjpulus, & sunt anni 50.

Dopo l'anno 1525. i Basiliani abbandonarono il monastero, che passò in commenda. Sotto questo titolo era ritenuto nel 1575 da Camillo Venati napoletano, e la chiesa badiale era servita da quattro Domenicani; che indi ritiratisi nel 1638, cedettero il luogo ai Sacerdoti secolari, come si raccoglie dalla platea della badia formata in quest'anno dal commendatario Cardinal Giulio Roma, in cui sono minutamente riferiti i privilegj, prerogative, ed onori, che di presente estinti, si godevano allora dalla chiesa, e dall'abbate .

Non era ancora desolato il monasterio basiliano , allor quando gli Albanesi vennero a stabilirsi in Lungro : Benchè oscura sia l'epoca della loro introduzione, sembra potersi fissare al principio del secolo XVI, in cui noteremo qui appresso quella degli Albanesi d'Acquaformosa, contermine e vicina. Devastati ammendue i casali, e portati all'ultima rovina i loro territori dalle funeste guerre, che l'anno 1500. afflissero il reame di Napoli, non che dalle frequenti scorrerie delle milizie, che disertavano le contrade; portando da per tutto il ferro ed il fuoco, le stragi degli uomini e degli armenti, gl'incendj delle case, e le desolazioni delle campagne; la nazione albanese, che circa, questi medesimi tempi andava in traccia di siti comodi e deliziosi, dove edificare abitazioni per ricovero comune, stese le tende e fabbricò case nelle desolate contrade di Acquaformosa l'anno 1502, e di Lungro circa il medesimo tempo; trattivi dalle proposizioni vantaggiose fatte loro da Paolo della Porta abbate commendatario datario. Egli è certo che l'anno 1508. i Lungresi componevano università, erano governati da Sindici, ed Eletti, e vivevano con tranquillità e con pace. Un' altro Concordato fu stabilito con esso loro dall'abbate Camillo Venati l'anno 1516, in cui si contavano dodici Sacerdoti, e sei Diaconi, come ci fanno palese gli atti della visita de' monasterj basiliani sopramentovata..

La chiesa parrocchiale sott'i1 titolo di S. NICCOLÒ ampia nella sua circonferenza, è servita dal clero di rito greco, che vi celebra con edificante pietà e decoro i divini uffizj sotto la presidenza dell' Arciprete, il quale ammette al consorzio de' divini misterj i Latini, che vi si presentano. La chiesa badiale dedicata in onore dell'Assunta, è situata sotto il declivio del monte Petrosa. In questa, abbandonata nel passato, e sprovveduta delle cose necessarie al culto divino, fa le necessarie riparazioni Monsig. D. Niccolò Colonna de' Principi di Stigliano moderno commendatario , il quale alla gloria de' natali aggiugne lo splendore delle virtù. Pieno dei più generosi, e nobili sentimenti, ha consecrato a Dio grossa somma. di danajo per eriggere un nuovo tempio, e ne ha incaricata l'essecuzione alla probità, e saviezza del Sacerdote Signor D. Antonio de Marchis; che ha date Del passato chiare prove delle rare prerogative, che l'adornano nell'assisten1za prestata a due suoi zii illustri Prelati, uno di Sora, Italogreco l' altro; a quali conciliò il comune affetto, e venerazione, mediante le obbligazioni maniere, rettitudine, e prudenza, di cui è fornito. Egli pertanto in adempimento degli ordini di Monfig. abbate adopera tutti i i mezzi di risarcire i danni cagionati alla chiesa badiale dalla trascuraggine de' passati commendatarj, di restituirle l'antico decoro, e provvederla di tutto ciò, ch'è conveniente alla maestà della religione, ed al culto dell'altare .

Gli abitatori di Lungro sono cortesi, amorevoli, e industriosi. I chierici menano una vita confacevole al loro stato. La Terra è composta di due mila, e più individui. II territorio è vasto, e provveduto di tutte le cose necessarie all'umano sostentamento. Le cave del sale grand'opera della natura, ridondano in molt'utilità de' paesani, i quali dallo smaltimento che ne fanno per la provincia, ritraggono considerabile lucro, e introducono nel paese copia di merci forestiere. Per tutte queste cose eglino si persuadono, essere questa loro Terra la capitale della nazione albanese.

Per dare una compiuta notizia, dovrei far parola de' confini di questa badia descritti nel diploma d'Ogerio; de' quali per incidenza sì è parlato qui sopra, e non ne ho continuato il discorso, per non interrompere la serie delle cose più importanti e più necessarie al nostro principal disegno, e al filo della storia. Senza ch'io lungamente mi stenda nel racconto, possono quelli leggersi nell'Ughelli, e nello stromento rogato il 25. di gennajo del 1546. nella reintegrazione dello stato del Signor Principe di Bisignano , .da Sebastiano la Valla commissario a tal'effetto destinato da Carlo V., di cui mi è passata sotto gli occhi una copia fedele (a). Perciò, omesse queste cose, m'atterrò solamente ad esporre la giurisdizione, che sopra la Terra e abitatori di Lungro e suo territorio, gode l'abbate commendatario. Gravemente combattuta nei tribunali di Napoli dal possessore del criminale, il quale pretende di rapirgli la cognizione delle cause miste, e lasciarlo nel possesso delle sole civili, è stiata virilmente difesa da Monsignore D.Domenico Giordani; il quale per la dottrina, e saviezza, e per la perizia in particolare della canonica giurisprudenza ha meritata la ragguardevole carica di Vicegerente in Roma, ch'esercita con soddisfazione comune; accoppiando insieme con raro esempio lo zelo nel mettere in fuga la colpa, e la carità nel mettere in salvo il colpevole. Della sua allegazione scritta a penna, lavorata con molta diligenza, corredata di soda dottrina, e arricchita di opportune digressioni legali, e di scelta erudizione che la fortificano, ed illustrano, sarò contento di dare un fedele, e succinto estratto.

Per dimostrare, che la discussione delle cause miste (il cui nome è stato ignoto agli antichi giureconsulti) appartenga all'Abbate, e non altrimenti al possessore del criminale, ripete l’argomento dai primi principj, e dalla sua origine. Colla icorta della storia del Regno, e testimonianza di gravissimi autori fa vedere essere i commendatarj succeduti agli antichi Bajuli o Baglivi, che amplissima giurisdizione esercitavano nel definire le controversie fra i vassalli in tutte le cause civili, o criminali; purchè non pronunziassero sentenza nelle feudali, nè contro a quelli, che fossero rei di morte naturale, o civile, o di mutilazione di membro. Tolte queste sole, ch'erano riserbate all'autorità de' Giustizieri delle provincie, in cui luogo sono posti i Presidenti de' nostri giorni, i Baglivi facevano spiccare la giustizia in tutte le altre controversie. Dimostra, che i primi a dilatare le fimbrie, ed a concedere ai Baroni le terre e i feudi coll'esercizio della giurisdizione criminale, furono ( lasciati a parte i privilegj conceduti da Errico VI. al monasteriodi Monte casino, poi rivocati da Carlo d’Angiò; e gli altri accordati dalla Regina Costanza sua moglie alla chiesa di S. Matteo di Salerno ) il Re Roberto, il Re Ladislao, la Regil1a Giovanna II., e più di tutti il Re Alfonso primo. Questi per la sua liberalità immensa avendo resi esausti tutti gli altri fonti, cominciò ad esseere profuso anche nelle supreme regalie, ed aprì la strada alle investiture del mero, e misto imperio. Le persone investite appena divennero signori della giurisdizione criminale, che sotto il pretesto dell'esercizio di essa, com' erano magnati e potenti, cominciarono ad arrogarsi anche il giudizio delle pendenze civili. Gravissimo danno da ciò ridondò alle chiese e badie; poichè i superlori, e gli abbati commendatarj, rallentato il vigore dello spirito, e dell'applicazione agli affari ed interessi delle commende, trascurata la sollecitudine di provvedere alle necessità de' vassalli oppressi e conculcati, e deposta ogni premura di difendere i diritti delle chiese, si lasciarono rapire il più bel pregio, che loro ridondava dalla discussione delle cause criminali minori de' loro sudditi .Le frequenti doglianze e querele de' popoli, che giugnevano alle loro orecchie, ed i ricorsi che si presentavano ai Papi contro la dapocagine di essi, non furon valevoli a farli rientrare nella considerazione dell'enormità del loro fallo; essendo cosa certa e indubitata, che macchiavano la propria riputazione, ed aggravavano la loro anima con sì ostinato vergognoso silenzio. Ma altri Abbati, ch' erano tali di merito, e non solo di nome, risvegliato ne' petti il vigore dello zelo sacerdotale, appena uscirono in campo per difendere la propria giurisdizione, e premunire con diligente circospezione i sudditi contro gli aguati, e le insidie de' Baroni, che s'udirono risuonare i tribunali di strepitose liti, delle quali sono pieni i volumi de' giureconsulti.

Che se all'autorità di qualunque abbate commendatario è annessa di sua natura la giurisdizione delle cause civili e miste; l'illustre autore con salde ragioni dimostra, che a quello di Lungro una tal prerogativa sia stata chiaramente conceduto da Ogerio fondatore della badia. Questi avendo dismembrato il castello di Altomonte, di cui era assoluto signore, e circoscrittolo di proprio territorio secondo i confini espressi nel diploma, ne fece generosa oblazione al monastero basiliano, i cui Abbati esercitavano sopra i vassalli qualunque atto di giurisdizione, eccettuati i tre casi sopra indicati di morte naturale, civile, e mutilazion di membro; in guisa che, sebbene Lungro fosse una volta villa dipendente da Altomonte; nondimeno, a cagion della separazione fattane dal legittimo padrone, mutò aspetto, si vestì d'una nuova qualità, e divenne indipendente, nè più ubbidiva come dapprima, al Conte d'Altomonte, ma all'abbate del novello monasterio. Per non lasciare senza risposta alcuna difficoltà, che potrebbe mettersi in campo dal Barone del criminale, l'autore dell'allegazione non nega, che Lungro in alcune scritture dicasi essere situato nel territorio di Altomonte anche dopo il diploma di Ogerio; ma soggiugne , che una tal espressione nessun pregiudizio reca al suo intento. Primieramente essa dinota la vicinanza d'un luogo allora ignobile e oscuro, com'era Lungro, ad una terra chiara e illustre , qual'è Attomonte , che porta il titolo di Ducato: non mai esclude la qualità. di proprio territorio, quasi fosse soggetto, come per l'avanti ad Altomonte. Aggiunge situarsi Lungro con tutta ragione nel territorio d' Altomonte anche oggi giorno; poiché continua a godere de' medesimi privilegj , e diritti, de' quali era arricchito innanzi la dismembrazione; essendo principio certo nella civil giurisprudenza, che la separazione d'un casale da una qualche città, o baronia, non priva i cittadini degli antichi privilegj e preeminenze, nel cui possesso pacifico continuano non men di prima, anche dopo l'acquisto del nuovo territorio.

Tralasciato un più minuto esame, e le ulteriori ricerche, che potrebbono farsi sopra la giurisdizione dell'abbate commendatario; certa cosa è, che i Lungresi hanno segnalato il loro zelo nell'intrepida difesa delle prerogative, e diritti della loro università. Con ugual coraggio hanno sostenuto il rito greco contro l'estreme violenze, e l'acerba persecuzione mossa l'anno 1678. da da Diego Pescara Duca della Saracena, Barone allora della giurisdizione criminale, e conduttore della civile e mista , che gli era stata locata dal commendatario. Non avendo questi potuto soggettare i Sacerdoti greci conjugati al pagamento de' tributi, da’ quali i privilegj del rito li rendevano eseènti, usò tali violenze, frodi, e macchine per estinguerlo, che oscurarono delle altre sue virtù e nobiltà, lo splendore , e la gloria. Riflettendo, che l'unico ostacolo all'ingiusto suo disegno, era la prosessione del rito greco, prese di mira le innocenti e potenti famiglie per opprimerle con aria fiera ed insultante, affine di aprire con questo mezzo la strada ad obbligarle di rinunziarlo: Sotto mendicati pretesti trasse molti di esse alle carceri, divenute vittime della concussione di lui; non avendola perdonata neppure al Vicario foraneo, che racchiuse in orrenda segreta. Queste violenti azzioni, che avevano per iscopo l'esazione importuna de' dazj, dimostrano bene quanto fosse ristretto il cuor del Pescara dominato dall'avarizia, e che tenea per idolo il suo danaro; ma nulla valsero a scuotere l'invincibil coraggio degli Albanesi. Cangiò egli pertanto non i sentimenti dell'animo, ma le maniere e le invenzioni di portarli a compimento. Aguzzato l' ingegno, macchinò l'erezione d' una Collegiata latina, alla quale eglino fossero dolcemente invitati; lusingandosi di profittare sul primo della debolezza di alcuni, e poi col correre degli anni guadagnare l'animo di tutti. Ma gli avveduti e scaltri paesani, penetrata la mente del Barone indirizzata ad estinguere il rito greco sotto l'apparente motivo di zelo, ottennero, che la S.Inquisizione informata da Monsignor Gio: Battista Tinto Vescovo di Cassano non meno de' disordini e turbolenze eccitate da quello, che delle funeste conseguenze che sarebbono ridondate, se non si fosse posto freno alla licenza di lui, promulgasse il seguente decreto li 23. novembre del 1618. Episcopus Cassani faciat præceptum tam Didaco Pesscara, quam ejus Ærario, ut se abstineant inferre molestias Græcis albanensibus in oppido Lungri commorantibus, sub pæna latæ sententiæ t reservatæ Santissimo; & doceat de executione. II Prelato provvide alla difesa del rito greco, e l'animosità dei Lungresi stancò l'audacia e temerità del Pescara obbligato d'abbandonare la dura e malagevole impresa.

La Terra di Lungro è stata feconda, sopra le altre colonie albanesi, d'uomini d'egregia indole, che si sono distinti e pel fondo di pietà, e per l'esercizio delle dignità ecclesiastiche. F. Feliciano Capuccino lasciò di se opinione d'uomo dabbene. Fece de’ progressi nella via della salute il P. Francesco di Lungro, che consecrossi al servizio di Dio nell'ordine de' Predicatori, dove in tutto il corso della vita spargendo agli altri la dolcezza del tratto, serbava per se stesso tutta la severità. La sua memoria è onorata nel martirologio calabro. Il Sacerdote D.Antonio Cortese, che viveva l'anno 1608. avendo fissa nella mente la gloria e felicità dell'eterno riposo, fabbricò un picciol convento poco distante dalla terra, e lo apri a' Carmelitani, al cui soslentamento assegnò i suoi beni. E' cosa superflua il ripetere il merito di Monsignor D. Niccolò de Marchis, il quale nella direzione del collegio italo-greco ha fatto conoscere il tuo zelo, le sue virtù, e qualità del suo spirito. Sono però nell'obbligo di rendere il dovuto onore al suo maggior fratello D. Gabriele de Marchis; il quale eccellentemente istruito delle greche discipline e delle scienze teologiche, fu sublimato alla vercovil chiesa di Sora l'anno 1718. da Clemente XI, di cui era stato familiare. Nella nuova dignita ricevette la sua virtù lustro maggiore, fece rifiorire la disciplina nel clero, pubblicò decreti per nudrire la pietà e correggere gli abusi, e arricchì la chiesa di doviziosi arredi. Tesse di lui il convenevole elogio il Canonico di quella Cattedrale D. Alessio Tondi, il quale ce lo descrive come un Prelato affabile, manieroso, e liberale verso la sua Sede Vescovile, e narra i vantaggi che ridondarono ad essa dalla pastorale vigiilanza, e dottrina di lui