ASTOLFHE DE COUSTINE

Lettere dalla Calabria - Lungro, 25 maggio (1812)

Abbiamo lasciato Cassano coi suoi pranzi e le sue feste: non ne potevo più. Ieri abbiamo ballato fino alle due del mattino e in maniera così noiosa che ora mi sento come liberato da un incubo. Il piacere del ballo non è sentito dagli italiani.

Il tempo è magnifico, l' aria fresca e dolce, un sole splendente colora il mare con le tinte più vivaci e fa brillare il verde delle coste, le cui piante, dalle foglie folte e levigate, sembrano verniciate tanto sono luminose.

La posizione di Lungro è affascinante. Questo piccolo paese, appeso al crinale di una montagna. domina una serie di ridenti pendii che si perdono dolcemente fino alla piana di Sibari. Dai dintorni di Lungro si vede la foce del Crati nel golfo di Taranto. E nel punto dove questo fiume si riversa nel mare che si trovava- si dice -il porto di Sibari. Si vede ancora una specie di laguna che si crede lo stesso porto. Non siamo stati a visitare Sibari perché la strada che percorreremo al ritorno da Reggio ci condurrà direttamente senza bisogno di deviazioni.

A Lungro ci sono delle miniere di sale che mi hanno poco incuriosito. Interessanti, invece, sono gli abitanti del paese. Appartengono ad un' altra razza: sono albanesi e praticano il rito greco e hanno anche un vescovo che risiede a S. Demetrio, un paese tra le montagne. Non si conosce con precisione in quale epoca queste popolazioni si siano stabilite in Calabria. L' opinione più verosimile è che essi vennero al tempo di Scanderbeg -e a Lungro si può ancora vedere una delle numerose spade di questo eroe che, senza dubbio, aveva tante scimitarre quasi quanto la Madonna veli.

Presso gli Albanesi trapiantati tutto è diverso dagli usi calabresi: il modo di vestire, la lingua, la religione, i costumi. Queste differenze, decisamente volute e così a lungo conservate in mezzo ad una nazione sottomessa ad un unico governo, provano che sono queste tradizioni, molto più che le istituzioni pubbliche, a formare il carattere degli uomini.

Gli albanesi mi sembrano più dolci, più calmi degli italiani: la loro fisionomia esprime la tranquillità e la bontà. Ci sono fra loro molte famiglie dove regna un'unione commovente e rara in Italia; le loro case sono più ordinate, più pulite di quelle dei napoletani. Parlo, naturalmente, delle famiglie agiate. Infine hanno la concezione dell'ordine che, sicuramente, hanno portato in queste contrade.

I nostri ospiti sono la migliore gente del mondo. Ho conversato a lungo con la nonna di questa famiglia patriarcale. La buona vecchia ha nei tratti un' espressione di tristezza angelica. Decantai la bellezza del suo paese, la dolcezza dell'aria. la purezza del cielo e la pace di cui si può gioire in mezzo ad una bella campagna: "Voi ed i vostri bambini" -aggiunsi -"dovete essere felici!". "Lo eravamo" -mi rispose la buona donna -, "ma da tre anni non lo siamo più. Due miei nipoti sono morti e mio figlio e sua moglie li amano tanto e non riescono a consolarsi". Pronunciando queste parole, la vecchia incominciò a piangere e la sua figura mi sembrò così commovente, così antica, che mi riportò alle storie della Bibbia, alla vita dei primi popoli nomadi !