Giovanni CAVA

 

Considerazioni generali su alcune comunità albanesi di Calabria Citra

attraverso le capitolazioni.

(Rivista "ZJARRI" - Anno IV - N. 1 - Gennaio 1972)

 

In un documento inserito tra gli atti della platea dei beni del monastero di S. Adriano, redatta tra il 1756 ed il 1761, si legge che il monastero possedeva da tempo immemorabile il vasto territorio feudale di pertinenza e che « nello anno 1470 capitorno in provincia di Calabria citra dalla Grecia gli Albanesi e molti di essi volsero situarsi nel predetto territorio e convennero con l'Archimandrita e monaci di quel tempo a poter edificare case e pagliari per le abitazioni e altresi del commodo del bestiame avere la campagna, siccome in parte segui, e costrussero tre casali nomati S. Demetrio, Macchia dell'orto e S. Cosmo, per il di cui effetto sotto li 3 novembre dell'anno 1471 formarono tra essi loro le capitolazioni per mano dell'egr. notaro Andrea De Angelis de Terranova ….. e fra gli altri restò convenuto che detto territorio archimandritale sia una parte soggetta di pagare la decima sopra il frutto delle vittovaglie ed il di più in terraggio e ne segui dell'uno e dell'altro la separazione per mezzo dei rispettivi divisori » ( 1 ).

Gli Albanesi, dei quali si tratta, sono quelli che si stanziarono nell'ambito del territorio feudale della badia basiliana di S. Adriano, in terra di Acri, e con il beneplacito dell'abate Paolo, « una cum monacis », stabilirono le loro dimore nel casale di S. Demetrio, cosi denominato dal Santo protettore, costruito ed abitato da famiglie di villici, che avevano avuto ed avevano rapporti di lavoro alle dipendenze della badia, nel casale di Macchia, altro villaggio a breve distanza, e nel casale di S. Cosmo, sorto, per le stesse ragioni, nelle adiacenze di un vecchio eremo basiliano, cosi denominato, una volta autonomo e, successivamente, non più abitato dai monaci, aggregato alla badia di S. Adriano, sul quale, però, esercitava la giurisdizione criminale, unita al corpo feudale di Acri, il principe di Bisognano, barone di Acri (2).

Contemporaneamente un altro nucleo di Albanesi s'insediò nel casale di Vaccarizzo, pertinenza del vecchio monastero di S. Cosmo, la cui toponomastica derivò dal fatto che il villaggio era sorto in territorio, allora adibito a pascolo, dove sostavano di solito armenti ed animali bovini del barone di Acri, il quale vi esercitava la giurisdizione civile e criminale e pagava un tributo annuo di 350 tomoli di grano, ridotto in seguito a transazione a 250 tomoli, al monastero di S. Adriano, in corrispettivo della concessione (3).

Un altro nucleo si stabili nel casale di S. Giorgio, che era sotto la giurisdizione mista dell'abate del monastero basiliano del Patirion e del barone di Acri (4), ed un altro nucleo nel casale di S. Sofia, « ab indigenis italis constructum », sotto la giurisdizione del principe di Bisignano e del suffeudatario vescovo della diocesi (5).

Come è noto dalle numerose monografie sull'argomento, le migrazioni degli albanesi, che approdarono alle coste dell'Italia meridionale, in seguito alla morte dello Skanderbeg e alla caduta dell'Albania in mano dei Turchi, e si posero sotto la protezione e giurisdizione dei locali feudatari, laici ecclesiastici, avvennero in gruppi ed in tempi successivi. Così altri albanesi si insediarono nel casale di Lungro, abitato dalle maestranze addette alla miniera del sale, casale di pertinenza della badia basiliana di S. Maria delle Fonti, altri in Acquaformosa, dipendenza della badia cistercense di S. Leone, altri in Firmo, pertinenza dei Domenicani di Altomonte, sotto la giurisdizione del Sanseverino di Bisignano (6); altri, ancora, si stabilirono in territorio di pertinenza della badia basiliana di S. Basilio Craterete, soppressa nel 1468 ed aggregata alla sede vescovile di Cassano (7), ed altri in Frassineto, pertinenza dello stesso vescovado (8); altri nel casale di S. Benedetto Ullano, pertinenza della badia benedettina (9).

A parte la questione cronologica delle successive fasi migratorie, ampiamente trattata dalle molteplici monografie, facilmente reperibili, e ammessi i concordi motivi, che spinsero i profughi a cercare ospitalità nell'Italia meridionale, diverse sono le congetture relative ai motivi della ubicazione e dell'insediamento delle comunità in luoghi tra essi discontinui e decentrati, quasi  sempre, però, in casali preesistenti, costruiti ed abitati da elementi indigeni  ed in quel tempo in parte spopolati.

Abbandonate le coste, allora infestate dalla malaria ed insicure per le possibili incursioni, gli Albanesi si inoltrarono nell'interno continentale e si arroccarono, generalmente, in luoghi montagnosi, spesso impervi e difficili, ma dove trovarono spazio di vita.

Sparsi in gruppi separati nel territorio abbastanza vasto dell'estremo meridione d'Italia, in condizioni di grave disagio per l'inopia e l'amarezza dell'esilio, compatibilmente con le possibilità zonali e le difficoltà e ristrettezze dei tempi, vennero accolti dai feudatari, secondo gli usi e le consuetudini vigenti, in qualità di «affidati » ed in condizioni di vassallaggio.

Edificarono le loro capanne o i loro pagliari nelle località, assegnate a beneplacito del Signore, e, come emerge dalle capitolazioni, ottennero concessioni di terre da coltivare, ad uso di pascoli e di maggesi, secondo il sistema della decima,o del terratico.

Provenendo essi da una regione economicamente altrettanto depressa o addirittura, più povera, montagnosa ed impervia, dove la fonte unica di economia era costituita dall'agricoltura, e dalla pastorizia, essendo, perciò, essi stessi, per la gran parte, agricoltori e pastori, dedicarono tutta la loro attività e le loro cure alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame, attività economiche prevalenti o esclusive anche nell'Italia meridionale, se si eccettuano le scarse attività artigianali di uso e di necessità, praticate in forma estensiva, che per mancanza di adeguate concimazioni e di attrezzature meccaniche, richiedevano molta fatica e molta mano d'opera bracciantile.

Cosi, mentre di Albanesi si avvantaggiarono delle concessioni di favore, i feudatari concessionari si avvantaggiarono delle loro prestazioni operaie, per una più efficiente lavorazione delle terre e per il conseguimento di un incremento di produttività e di utile.

Dalle capitolazioni e dai documenti plateali si apprende che il territorio feudale era generalmente diviso in mansi decimali ed a terratico (10), prevalentemente adibiti alla maggesazione per la semina dei cereali, le cui specie variavano in dipendenza della particolare feracità delle zone ed anche delle rotazioni; e che costituivano la base prima dell'alimentazione, e a pascoli, che con l'ampiezza della superficie dovevano sopperire alla scarsezza o mancanza di foraggere, appositamente coltivate, per assicurare la sussistenza del bestiame, utile per l'impiego ai lavori e per la produzione del latte, della carne, della lana ed indispensabile anche alla vegetazione per il letame, che costituiva il solo concime naturale.

Dissodarono terreni impervi, aprirono nuove terre, boscose e cespugliose, alla cultura, coltivarono zone abbandonate e dissestate, impiantarono vigneti ed oliveti per le balze collinose e col passare del tempo migliorarono, con le condizioni dei luoghi, le loro stesse condizioni di vita.

« Chi vuole farsi una idea vera dello stato degli Albanesi nel tempo della loro venuta e dopo, più che da quel poco che troviamo scritto nelle storie, deve rilevarlo dai documenti ufficiali autentici, che rimangono, e specialmente dalle capitolazioni fatte con Baroni e Chiese, le quali costituivano, diremmo, il loro diritto pubblico d'allora, e a noi ora rivelano i loro bisogni e il loro stato di civiltà. .. (11); cosi scriveva il Tocci in « Memorie storico-legali per alcuni comuni albanesi », in occasione della controversia per lo scioglimento di promiscuità demaniale con il comune di Acri, in seguito all'emanazione delle leggi eversive dei feudi.

Da allora molto si è scritto sulle comunità albanesi, per cui la storiografia sull'argomento è ricca e comprende, ormai, numerose ed anche ottime monografie, ma i documenti autentici, oltre le capitolazioni, le platee dei corpi feudali ricognitive dei beni e dei diritti, i libri di censo e di introito, costituiscono sempre le fonti realmente genuine, dalle quali si possono continuare ad attingere notizie sempre interessanti per rilevare, non solamente i rapporti di concessioni e di obblighi corrispettivi, posti minuziosamente sull'arido piano contrattuale, ma anche usi, consuetudini, aspetti e condizioni di vita.

Il più antico documento relativo alla presenza di comunità albanesi in provincia di Calabria citra è costituito dallo strumento notarile del 3 novembre 1471, del notaro Andrea de Angelis di Terranova, tra l'abate di S. Adriano Paolo Greco e la comunità degli Albanesi di S. Demetrio, redatto dopo poco tempo dal loro insediamento nel territorio badiale, per stabilire e specificare, in forma ufficiale e pubblica, i rapporti, le concessioni e gli obblighi corrispettivi tra le parti.

Quel documento può considerarsi, perciò, l'atto fondamentale, costitutivo della comunità e, nello stesso tempo, la fonte delle norme regolative dei rapporti tra gli Albanesi e il monastero, al quale, infatti, fanno capo gli atti successivi della platea del 1477, redatta dal R. Commissario D. Nicolò Pisani di Nola, quelli della platea di Sebastiano La Valle del 1544 e quelli della platea del 1756-1761, per notaro Rende, per la ricognizione degli usi, consuetudini e diritti delle parti.

Nonostante le maggiori restrizioni e i più particolareggiati obblighi aggiunti, successivamente, nel 1597, dall'abate commendatario Don Indaco Siscara, che, in conformità di precedente  bolla pontificia del papa Gregorio XIII, esegui « la dismembrazione da tal badia di alcuni corpi », assegnando alla mensa monastica il comprensorio di « Caliano », « per lo mantenimento de’ Religiosi » (12), le concessioni sancite dalle capitolazioni alla comunità di S. Demetrio restano le più favorevoli, le più generose e liberali, anche per la gratuità di alcune di esse, espressive del sentimento caritativo dei basiliani, rispetto a quelle di altri feudatari elargite alle altre comunità, quasi sempre in forma di atto sovrano ed appesantite da diverse costrizioni e diverse prestazioni anche personali, corrispettive (13).

Dalle capitolazioni del Vescovo di Cassano con le comunità di Frascineto e di S.Basile, che seguono in ordine cronologico, rispettivamente del 1490 e del 1510, attraverso le minuziose e pedantesche clausole, emergono pretese di donativi e di prestazioni personali, « angherie » (14 ), oltre agli obblighi decimali, ed al tributo di casalinaggio, ed, inoltre, limitazioni o divieti di commercio al di fuori della comunità (15), che rivelano consuetudini e mentalità, ancora residuali del vecchio sistema economico chiuso della « curtis », non del tutto superato in alcune zone, nonostante il processo di tempo.

Abbastanza precarie dovevano essere inizialmente le condizioni di vita degli Albanesi di S. Sofia, vassalli del vescovo di Bisignano, barone di S. Sofia, e del principe Sanseverino, essendo quei luoghi « de partinentiis civitatis Bisiniani », per quanto si apprende dalle capitolazioni del 1530 con il principe e dai « capituli di grazie » del 1586, così detti dalla forma dell'atto delle concessioni elargite dal vescovo. Da quegli atti, che si risolvono in disposizioni relative alle lamentele e alle suppliche degli Albanesi, rivolte, rispettivamente, al principe ed al vescovo, per essere equiparati ai cittadini di Bisignano nel, trattamento e nella contribuzione e per chiedere più larghe concessioni di usi civici, oltre a sgravi di pesi, si apprende come questi vivessero in uno stato di vera indigenza e come venissero spesso vessati ed angariati dalle arbitrarie pretese degli esattori e dei procuratori. Infine, « atteso essi poveri uomini habitano in pagliara, con quanti pericoli, et alcuni de' loro per magnificare detti casali pretendono fabbricare le case de calce et de arena », supplicano che si dia loro licenza di poterle costruire con convenienti facilitazioni. Ciò vuol dire che le condizioni di vita erano molto modeste o addirittura misere, nonostante fossero passati diversi anni dal loro insediamento in quel villaggio (16). .

Le stesse ristrettezze economiche si rivelano dal tenore delle capitolazioni del 1497 del principe di Bisignano con gli Albanesi di Firmo, capitolazioni, che per l'oggetto delle concessioni vennero sollecitate dall'intervento dei Domenicani di Altomonte; sotto la protezione dei quali quegli Albanesi si erano posti, e sollecitati, per l'esecuzione, dalla principessa Irene, discendente di Skanderbeg, perciò di origine albanese, moglie di Pietro Antonio Sanseverino; in virtù di esse gli Albanesi ottennero concessioni di terra e di usi sul « terreno della Saracena così come l'usano et gaudeno li Albanesi dell'Ungro » (17).

Questi, infatti, per l'intercessione dei Basiliani di So Maria delle Fonti, sotto la giurisdizione dei quali si trovava il casale di Lungro e rimase fino a quando nel 1525 i Basiliani abbandonarono il monastero, che divenne prebenda commendatizia, avevano avuto dal principe Sanseverino, Signore di Altomonte, concessioni soddisfacenti di sfruttamento delle terre nel feudo di Saracena, mentre alcuni della stessa. comunità erano stati adibiti ai lavori della miniera, per l'estrazione del salgemma.

Analoghe risultano le condizioni degli Albanesi del Casale di S. Giorgio dagli atti della platea della badia patitiense, compilata nel 1661, a petizione dell'abate commendatario, cardinale Barberini.(18). Questo casale di pertinenza della badia, come si evince dal diploma di Ruggiero il Normanno del 1104, inserito negli atti della Carta rossanese, e dal regesto di papa Innocenzo III del 1198 (19), faceva parte della contea di Corigliano, che era stata assegnata dai Normanni, in compenso dei favori e degli aiuti ottenuti, a Ruggiero Sanseverino; perciò, come altrove, la giurisdizione era mista tra il feudatario ed il suffeudatario, a danno, naturalmente, dei vassalli, per la duplice Signoria ed il conseguente groviglio delle competenze.

Gli Albanesi del casale di S. Benedetto Ullano dipesero giurisdizionalmente, quali vassalli, dalla badia benedettina, la cui sede, nel 1732, divenne per concessione dell'abate commendatario, cardinale Carafa, la sede dello storico collegio Italo-greco, istituito con bolla del papa Clemente XII. Dalle capitolazioni del 1583, regolative dei loro rapporti con la badia, emergono da una parte le consuetudinarie clausole di prestazioni varie, di regalie, di limitazioni, di obblighi a loro carico, ma si rileva pure dal tenore delle richieste e corrispettive concessioni l'affiorare di una certa coscienza civica della comunità, segno indubbio di acquisita consapevolezza nella prospettazione delle istanze a tutela dei loro diritti ed interessi (20).

Più tardi sorse Spezzano ad opera di alcuni Albanesi, che si trasferirono, dal casale di S. Lorenzo, appendice feudale dei duchi di Saracena, dove si erano fermati, nel casale denominato delle Grazie, sotto la giurisdizione dei Sanseverino di Bisignano; la tradizione, in seguito, ne abbellì l'origine in una trasfigurazione leggendaria (21).

Dall'insieme delle notizie si può concludere che questi profughi Albanesi, giunti nella Calabria citra in gruppi ed in fasi successive, ma nel periodo, in cui nell'Italia Meridionale, nel quadro politico di una monarchia istituzionalmente unitaria, resistevano, tuttavia, solide ancora le strutture economiche e sociali del feudalesimo, si posero in rapporto vassallatico sotto la giurisdizione di vescovi ed abati, per la gran parte, nell'ambito della vasta e potente signoria dei Sanseverino; s'insediarono, per lo più, in casali preesistenti, abbandonati o quasi dai precedenti abitanti, spinti, all'esodo, forse, da altre prospettive, casali, che essi ripopolarono, con beneficio dell'economia locale, per l'apporto di nuova e valida mano d'opera, assoggettandosi a prestazioni convenzionate sul piano contrattuale, consuetudinario, ratificate pubblicamente solamente più tardi, « solvendis reditibus annuisque pensionibus obnoxii ».

Perciò, il loro rapporto vassallatico, convenzionale e volontario, o almeno formalmente tale, perché in effetti coatto da esigenze di vita, ebbe origine e struttura giuridica diverse rispetto al rapporto vassallatico, preesistente con le popolazioni indigene, che si era costituito nel processo storico, per diritto di conquista o per sovrana decisione, sulla base di una impalcatura gerarchica da feudatari a suffeudatari. L 'insediamento degli Albanesi nei rispettivi feudi venne facilitato dai feudatari, che ne trassero vantaggio, avvalendosi del tradizionale principio della «potestas coadunandi et affidandi », ed avvenne che i sopravvenuti prevalsero spesso in numero sugli elementi autoctoni nei casali di residenza (22).

Tenuto conto della generale povertà dei luoghi scarsamente feraci per natura, per di più impervi, boscosi e silvestri, tenuto conto dei gravami delle prestazioni e degli obblighi in corrispettivo delle concessioni ottenute, oltre le limitazioni consuetudinarie e i tributi pro iure tenimenti e di casalinaggio, se ne deduce che le condizioni di vita di questi coloni dovettero essere abbastanza dure e precarie, specialmente agli inizi, aggravate dalle numerose difficoltà di ambientazione.

Isolati nei loro casali, per la gran parte dell'anno, eccettuati i pochi rapporti di necessità e la partecipazione a qualche fiera stagionale (23), legati alla terra, unica fonte di reddito e di risorse economiche, insieme alla pastorizia, vissero per lungo tempo una vita soltanto locale, patriarcale, semplice, monotona, disarticolata, nell'uniformità esasperante dell'unica attività agricola, che, tuttavia, divenne economicamente più proficua, con le iniziative di una migliore e più razionale organizzazione dei lavori e con l'intraprendenza delle trasformazioni più redditizie, per l'impianto di vigneti e di oliveti.

Con l'andare del tempo sostituirono per le mutate condizioni di vita i primitivi pagliari e le misere capanne con abitazioni, se pure modeste, ma di pietre e calce, che conferirono alla vita un senso di maggiore serenità.

Come si può rilevare da documenti diversi, assoggettandosi al pagamento di canoni per l'uso dei corsi di acqua, gli Albanesi costruirono anche dei mulini, che gestirono in proprio, accanto a quelli badiali o baronali ( 24 ), e si dedicarono in alcune zone alla coltivazione dei gelsi e alla bachicoltura, se pure in forme limitate e rudimentale, per la produzione della seta, che essi stessi lavorarono e trasformarono in pregevoli manufatti artigianali (25).

Con l'andare del tempo sostituirono, per le mutate condizioni, di vita prolungata delle istituzioni feudali, e con l'affiorare di nuovi interessi politici economici, si venne acquisendo una nuova mentalità, più matura in ordine di rivendicazioni civiche, e, pertanto, anche la primitiva struttura feudale sociale ed economica, caratterizzata dai perduranti riflessi del sistema curtense nel diritto feudale signorile, quale si rivela dalle prime capitolazioni, subì radicali trasformazioni, per i molteplici fattori incidenti, che contribuirono ad allargare gli orizzonti delle aspirazioni e degli interessi e portarono di conseguenza a nuove forme di strutturazioni organizzative e sociali.

Le primitive concessioni vennero trasformandosi, per la gran parte, in enfiteusi, come si rileva dai resoconti dei censi e dagli atti di ricognizioni posteriori alle capitolazioni ed i canoni non vennero segnati più « ad mansum », ma « ad personam », come emerge anche da una certa toponomastica, derivata per alcune contrade dai nomi delle famiglie o delle persone concessionarie; non solo, ma si passò dalla determinazione del canone in natura alla determinazione in denaro, con conseguente maggiore libertà e disponibilità di uso delle terre da parte dei concessionari, procedendo verso forme di una economia più aperta. Inoltre, si pervenne ad una più larga concessione di usi civici sui territori di riserva, che, con l'eversione dei feudi, costituirono, poi, i nuclei dei territori demaniali comunali (26).

Vennero, dall'altra parte, costituendosi le « universitates » cittadine, che, affermando e rivendicando le loro autonomie municipalistiche, sottrassero a loro vantaggio una serie di diritti pubblici e privati alla feudalità decadente.

La trasformazione dei rapporti si tradusse in una nuova strutturazione fondiaria, che determinò nuove condizioni economiche e nuovi fermenti sociali, che portarono in seguito alle grandi riforme eversive del feudo.

Tutto questo, si capisce, si inquadra nell'evoluzione trasformatrice, che investe, nell'ampio processo storico, le strutture della società del tempo.

Un fatto indubbiamente importante, che contribuì positivamente ad accelerare i tempi del progresso per le comunità Albanesi fu l'istituzione del collegio Italo-greco, perorata dal dotto sacerdote Italo-Albanese Felice Samuele Rodotà di S. Benedetto Ullano e realizzata dal pontefice Clemente XII Corsini, con bolla di fondazione del 1732. L 'Istituto, infatti, facilitò a molti la possibilità di intraprendere gli studi e di evadere dalle ristrettezze delle loro comunità e ad alcuni, più dotati d'ingegno e di dottrina, di affermarsi in modo notevole nel campo della cultura, per opere di pensiero, e di inserirsi degnamente nel quadro storico della civiltà (27).

Non si può prescindere, a conclusione, da una considerazione sul particolare mondo Arbrësh, espresso ancora a distanza di secoli nella genuinità dei suoi motivi e caratteri tradizionali dalla comunità Italo-Albanese, realtà storica e spirituale, effettuale nella sua vitalità di un processo di meravigliosa combinazione dei due elementi, l'Italico e l'Albanese.

Tra le comunità Albanesi, isolate nei loro casali arrampicati sulle colline, continuò a vivere, per quel naturale orgoglio della stirpe, maggiormente sentito nella tristezza dell'esilio, il ricordo del passato glorioso nello splendido alone dell'epopea; della quale i padri erano stati i protagonisti, espresso dalla ricchezza dei canti popolari, che fiorirono con spontaneità di sentimento e con i quali i profughi alleviarono le durezze della fatica giornaliera; continuò a vivere l'àrbri nella continuità delle tradizioni avite, nei canti sacri, nella liturgia religiosa, nel rito, nelle costumanze di vita, soprattutto, nella dolcezza della lingua materna, sempre più fascinoso nella sua idealità, mano mano che passavano gli anni. Diversi fattori, storici, etnici, psicologici concorsero insieme alla conservazione nel tempo, nella primitiva genuinità, nonostante il processo di totale inserimento degli Italo-Albanesi nella vita e nella storia d'Italia, di

Questo retaggio di spiritualità, dal quale trasse ispirazione il canto di Girolamo De Rada.

 

(1) V. platea dei beni del monastero .di S. Adriano (1756-1761), della quale una copia si trova nella biblioteca vaticana.

(2) Dal diploma di Ruggiero il Normanno del 1088 di cessione del monastero di S.

Adriano alla badia di Cava si rileva che il monastero di S. Adriano in quel tempo era dotato di « metochiis et ecclesiis et villanis ». E dagli atti plateali « lo dicto monasterio have tenuto et tene l'infrascritti casali: lo casale de Sancto dimitri, lo casale de lo Scifo, lo casale de la Macchia, lo casale de lo Poggio et lo casale de Sancto Cosma, costrutti et fundati in le terre de lo dicto monasterio ». V. per quanto riguarda S, Cosmo atto di transazione del 28 aprile 1517, per notaro Girolamo Riccio. tra il monastero di S. Adriano e il principe Pietro Antonio Sanseverino.

(3) « Habet intra dictum territorium casale habitantum nominatum Baccarizzo. in quo habet omnimodum iurisdictionem civilem, criminalem et mixtam ». (V. platea La Valle del 1544 e il citato atto di transazione del 28 aprile 1517). Pare che inizialmente S. Cosmo e Vaccarizzo formassero un unico villaggio nel luogo detto «La Porta» V. Tocci –Memorie storico.legali per i comuni Albanesi di S. Giorgio, Vaccarizzo, S. Cosmo, S. Demetrio e Macchia).

(4) V. la citata platea «La Valle» e la platea del «Patire»; Tocci -op. cit.; Gradilone, Storia di Rossano.

(5) V. le concessioni del principe Pietro Antonio Sanseverino, contenute nel placito dato in Morano il 1° agosto 1530 e i « capituli di grazia », stipulati in Bisignano il 26 settembre 1586 dal notaro Marcello Baccario, tra il vescovo Mons, Francesco Piccolomini di Aragona e gli Albanesi di S. Sofia. Nelle pertinenze di questo casale esistevano altri quattro piccoli borghi (Appio, Musto, S. Benedetto e Pedalati), sui quali il vescovo di Bisognano vantava diritti di giurisdizione fin dal 1192, per concessone del Papa Celestino III (v. documento pubblicato dal Capalbo in « Archivio storico della Calabria » ) .

(6) V. esposto dei frati domenicani di Altomonte e il «disposto» del principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino; dato in S. Marco il 22 settembre 1497, al quale seguì l'ordinativo della principessa Irene Castriota, pronipote dello Skanderbeg, sposa del principe Sanseverino, in data 12 novembre 1497, emanato da Cassano, in Tocci -op. cit.; « Parliamo di Lungro» (monografia di autori diversi).

(7) B. Cappelli -San Basilio Craterete e S. Basile,. in F. Campilongo -Gli Albanesi in Calabria e S.. Basile.

(8) V. capitolazioni del 1° gennaio 1490 tra Mons. Marino Tomacelli, vescovo di Cassano (1485-1513) e gli Albanesi di Frascineto e le capitolazioni del 1° gennaio 1510 dello stesso vescovo con gli Albanesi di S. Basile, pubblicato da D. Lanza nell'Archivio storico della Calabria, anno III, 1915: « capitoli et ordinationi initi et formati fra lo rev.mo Marino thomacello de neapoli episcopo di Cassano utile signore del casale di Frasinetò ex una, et l'Albanesi in detto casale habitanti ex altera sub anno Domini MCCCCLXXXX» - « capitoli fatti et ordinati per lo rev.mo Mons. Marino thomacelli episcopo di Cassano et Abate di S. Basilio de Craterete del territorio di Castrovillari diocesi di Cassano alli Albanesi che stanno al territorio di essa Abbadia presenti et futuri... » die 1° ianuarii MCCCCCX.

(9) V. capitoli del 19 novembre 1583 tra il vescovo Mons. Pinelli, Principe di Firmo, Abate commendatario della badia di « S. Benedetto de Ullano », rappresentato dal Procuratore Sig. Baldassarre Marchianò dei Coronei e gli Albanesi, abitanti del casale, vassalli della badia, rappresentati dal Sindaco pro tempore Basilio Calimà, stipulati dal notaro Giacomo de Pretis in Montalto.

I comuni di origine Italo-Albanesi della Calabria citra sono: Acquaformosa, Castroregio, Cavallerizzo, Cervicati, Cerzeto, Civita Alb., Eianina, Falconara Farneta, Firmo, Frascineto, Lungro, Macchia, Marri, Mongrassano, Plataci, Rota Greca, S. Basile, S. Benedetto Ullano, S. Caterina Alb., S. Cosmo Alb., S. Demetrio Corone, S. Giacomo, S. Giorgio Alb., S. Lorenzo del Vallo, S. Martino di Finita, S. Sofia d'Epiro, Serra di Leo, Spezzano Alb., Vaccarizzo Alb.

(10) Per quanto riguarda il territorio della Badia di S. Adriano, dalla platea del 1477, si rileva che esso era così distinto: tomolate 15980 concesse in decimali e tom. 11629 concesse in terratico, oltre le riserve padronali per pascoli, ghiandaggio, maggesi, vigna ed altri alberi fruttiferi.

(11) Tocci -op. cit.

(12) V. atto del notaro Gian Antonio di Rosa di Corigliano in data 16 dicembre 1597.

(13) L'atto dell'Abate di S. Adriano, dopo il preambolo di umana considerazione per quegli infelici, « expoliati et exules a patriis mansionibus ", nella forma e nella sostanza si risolve in un insieme di numerose concessioni, delle quali alcune gratuite: « Ita quod libere, et sine aliqua contradictione, molestia, et cavillatione quacumque possit, et valeant tam praesentes quam futuri practicare et cum eorum animalibus arare, cultivare, et seminare possint, et pascua sumere die noctumque in territorio et tenimento dicti monasteri... et quacunque alia facere, et operare, tam in dicto casali quam in tenimento et territorio dictae Ecclasiae quae eis, et cuilibet ipsis necessaria sint... ». « Item concessit eis quod possint facere hortos cum herbis commestibilibus sine solutione aliqua... ». « Item concessit eis quod possint pascere cum eorum animalibus spicas massariarum ipsarum, a quibus non possint repelli... » ecc. ecc.

 (14) “ Item promettono ditti Albanesi alla predetta corte episcopale una giornata per

pagliaro anno quolibet o vero grana 5 per giornata... ”; altrove: “ item si ordina et comanda che detti Albanesi siano tenuti portare legname che fosse bisogno per lo molino de la corte... et conciare lo acquaro et portare la petra quanto volte bisognasse per bisogno di detto molino a loro fatiche et spese; et similiter siano tenuti detti Albanesi portare legname per lo bisogno dello battenderi quando la corte ce lo facesse”; e ancora: “si ordina et comanda che 'detti Albanesi siano tenuti inchiudere tre salme di paglia di grano et una di orzo per ciascheduno pagliaro et quella tenere per uso de detta corte anno quolibet ".

(15) “Item s'ordina et comanda che niuno Albanese habitante in detto casale possa vendere vittovaglie, ghiande, bestiame ad altre persone che a quelle de lo casale senza licentia espressa di detta corte... ". Ed in fine un divieto precauzionale: “vole et comanda detto rev. Abate che nessuno Albanese habitante in detto casale habia da passare per nanzi lo porcile d'esso rev. Abate per che ce sono certi cani malvasi et hominari. Et si pur loro ce volessero passare et patissero alcuno danno in persone loro o, de bestiame, loro danno ”.

(16) V. nota 5 .dai “capituli di gratie”: “ ...Item supplicano detti Albanesi V.R. S: voglia ordinare a quelli che esiggonno la ragione della decima delli animali che quando la numerano lo mese di aprile e di maggio intanto se li habbiano da pigliare ne loro potere, e non permetta s'abbiano da tenere sino a settembre et ottobre a loro dispise... Item atteso quando veneno li predetti contare detto bestiame, e pigliare detta decima, contano, seu numerano intro l'animali, che si hanno a decimare, le matri contra ogni duviri, et a nessuna parte de lo mundo se fa, voglia ordinare V.. R. S. che solum habbiano d'havere detti Esattori solum la decima de' capretti et agnelli di quell'anno (Placet)... Item, supplicano V. S. R. si degni raccomandare al Vicario e Procuratori che quando vanni alli detti casali vogliano portare con loro tre o quattro persone, che vene volta ne portano tanti che non se possono nutricare (Placet)... Dalle capitolazioni del Principe: “ Item, supplicano... che possano godere tutti i privilegi che godono i naturali di Bisignano (Placet)... Item, che i bestiami loro godono tutto quello, che godono i bestiami dei cittadini di Bisignano (Placet)...

Item che faccia pagare loro di pigione come pagano i cittadini di Bisignano (Placet)... ecc. ecc.

(17) Il principato di Bisignano fu assegnato dal re Ferrante d'Aragona a Luca Sanseverino. Il principe Pietro Antonio fu capitano di Carlo V; sposò Irene o Herina Castrista  pronipote di Skanderbeg, mentre il fratello di questa, Achille Castriota, sposò nel 1561 Isabella Sanseverino, figlia di Francesco,. principe di Salerno.

V. nota 6: “Item supplicano detti frati chi V. S. debbea fare franchi detti Albanesi de Firmo de lo terreno de la Saracena, et gaudere tutte le franchigge che godono l'Albanesi de l'Ungro”.

(18) “L'Abate ogni anno percepiva 3 carlini per ciascuna casa o pagliara, ridotti in seguito ad un carlino da pagare altresì alla ducale corte di Corigliano. Ogni anno da chi facesse massaria esigeva una paricchiata, nonché la decima. Esercitava il ius prohibendi, il ius, dohanae, il ius pali, il ius carcerandi". I vassalli non potevano alienare i loro beni se non tra loro, previo assenso dell'Abate. (v. Gradilone " op. cit.).

(19) Gradilone -op. cit.

(20) “Siano tenuti detti vassalli portare e condurre saitta e mola ed altre cose necessarie per il molino di detta Badia a loro spese dalla montagna alla Badia ".

“Debbono chiudere la vigna di detta Badia, quante volte sarà bisogno, e ad ogni richiesta de suoi fattori, debbono di più dare una giornata per fuoco, da servire in detta vigna" ecc; ecc .

Nelle stesse capitolazioni: “che possano tenere le loro possessioni, vigne, gelsi, ed altro ed aumentarli, dando il solito e consueto rendito alla detta Ecclesia”.

“Se di nuovo alcuno venise ad abitare in detto casale detto Rev.mo Commendatario possa concedergli luogo da farsi casa, con consenso anche dei cittadini”.

“che detta Badia e suoi Procuratori non possano senza la volontà di detti Albanesi accettare vassalli Italiani nel casale predetto, nè Albanesi, e che gli uomini e famiglie che staranno in detto territorio non debbono dannificare le popolazioni dell'Albanesi e che non vadano girando la notte per lo casale con la scusa di guardare, ma che la guardia sia commessa al Camerlingo del medesimo casale” ecc. ecc. -Tavolaro -origine e sviluppo delle comunità Albanesi in Calabria.

(21) F. Cassiani -Spezzano Albanese nella tradizione e nella storia.

(22) Nel 1545 gli Albanesi della Calabria citra erano 5727 (A.S.N. sez. ammin. fuochi - voI. lV -1° num. in Gradilone -op. cit.)

(23) Come ad es. la fiera di S. B4rtolomeo nelle adiacenze della badia basiliana di S. Adriano; la fiera di S. Antonio nell'omonima contrada, vicino all'attuale stazione di Spezzano, ecc.

(24) “Diversi Albanesi delli antidetti tre paesi (hanno) edificato e costruiti molini e battennieri” (v. platea di S. Adriano), fu accordato loro il permesso, “col peso annuale” di corrispondere e pagare alla badia in ogni mese di agosto docati cinque a molino enfiteutico".

(25) V. ad es. dalle capitolazion.i degli Albanesi di S. Benedetto: “I gelsi della badia si debbano dare ad essi vassalli per nutrire il sirico la metà, e loro sono tenuti dare la metà della seta franca di ogni altra spesa, e siano tenuti zappare li gelsi, conciare ad arare la terra a proprie spese ”.

(26) Così, per es. per quelli di Macchia e di S. Demetrio si ebbero rispettivamente nel 1621 e 1628 le concessioni dell' Abate comm. Card. Borghese (v. atto del 26 maggio 1628 per not. Converti di Terranova) e nel 1640 quelle dell'Abate comm. Card. Brancaccio.

(27) P. Scura -Gli Albanesi in Italia (saggi e riviste); A. Scura -Gli Albanesi in Italia e i loro canti tradizionali; E. Tavolaro -op. cit.; Dorsa  -Su gli Albanesi: ricerche e pensieri; G.Schirò –Storia della letteratura albanese; Aliquò -Taverniti- Dizionari degli scrittori calabresi; Accatatis – Dizionario degli uomini illustri calabresi, ecc.