SULLA TOMBA DELL' ESTINTO

D. RAFFAELE MAIDA

 

SONETTO

 

A’ generosi

Giusta di gloria dispensiera è morte.

Fosc.

T' arresta, o passaggier. di gloria nostra

Vedi lo scempio ond'è la Morte altera:

Genio, senno, pietà, legge severa

Fatal travolse in solitaria chiostra !

 

Siede sul sasso la Virtude in mostra

Lagrimevole. mesta in veste nera;

L' alma raggiante in la superna sfera

Addita. e il corpo nell'avel dimostra !

 

E par ch' esclami ancor, patria dolente.

Lo specchio ov'è. l'esempio del costume,

Che te illustrava col suo raggio ardente ?

 

Egli vivrà della sua fama al lume,

Del tempo l' ali calcherà possente.

Poichè spegnerlo invidia invan presume !

 

Domenico DE MARCHIS

 

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ALL' EGREGIO

SIG. D. GABRIELE FREGA

per sollecitarlo a scrivere l'elogio dell'estinto

D. Raffaele Maida

 

Là del Parnaso all'incantevol Monte

S'estolle un Tempio, che alle Muse offriva

La prisca gente, e qual Torrita mole,

I venti sprezza , ed il rombar de' nembi

Ivi a consesso di Latona il Figlio

I vati aduna, e traboccante d'ira ,

Gli schiude i suoi pensier in tali accenti .

Sul Tiri alberga di mia schiera un prode ,

Che guidaro le muse alla saggezza :

D'alte speranze, e sovra l'ali ardito

Del suo ingegno librato; delle sfere

La immutabile legge, e l'armonia

Delle cose, create, e gl'intentati

Ascosi abissi d'Ocean profondo ;

E degli Eroi le Imprese, e dell'amore

Le celesti delizie un dì cantava

Con dolce melodia, che al cuor discende1,

Tutto abbelliva, ed infiorava l'estro

In lui svegliato dal divino influsso

D'alti concetti animator possente;

E la sua fama rapida trasvola

Dai lidi del Sebeto al bruzio Cielo ;

Ora però, che d'un egregio, a cui

Cingea la fronte l'immortal corona,

Plora afflitta il destin la patria intera,

Egli s'avvolge nel silenzio, e tace!

Qual fia la pena di cotanta colpa?

Uso a bandir di tracotanza i vizj,

Tollerato non mai ho l'infingardo,

Che nel torpor s'immerge, e me trascura ;

E son per lui senza valore, e muti

I santi nomi d'amistà, d'amore,

Di gloria, che i prodigi accalca e preme!

Si rattristano ai fieri accenti i Vati

E pel seguace unanimi tal prece

Volser al Nume supplicanti, e in atto

Di chi grazia implora con fidanza.

O signor della Luce, che risplende

E sfolgora sull'orbe in uniforme

Moto costante, a te disposto intorno,  

Qual lo prescrive la virtù, che pose

Nel tuo centro l'Eterno: O tu che il primo

Avvivi, e desti l'intelletto e schiudi

Le meraviglie del creato, e ovunque

Novella vita e nuove forze infondi,

I nostri voti accogli, e rendi degno

Di tua clemenza chi l'error commise,

Vinto forse dal duol; pronto all'emenda

Or solo attende il tuo perdon -assolvi !

A tant'intercessor s'arrese il Nume,

E tal ne componea final sentenza.

« S'accenda in petto di Gabriel la fiamma

Che il savio investe, e l'anima gl'innalza

D'alti concepimenti alla possanza:

E allor consacri un elegiaco carme

Con quel suo stile che commuove e incanta

In lode di colui, che innanzi sera

Tolto ai suoi cari, ed ognor compianto,

Or gode assorto nel divino amore !

« Se il mio cenno ad ubbidir fia presto,

Del passato fallir rimane assolto. »

Tal fu il giudizio del placato Apollo,

E l'applaudiron con rispetto i vati.

 

1 Questo culto legista, ancor giovanetto, arricchiva di svariati articoli di amena letteratura, e Filosofia i giornali I'Omnibus, e il Calabrese, e sopra tutto offrì saggio di robusta intelligenza in un breve cenno critico sul sistema di Hegel , che gli attirò l'ammirazione dei dotti. Poderoso nella Poesia, vanta il pregio di abbellire i suoi solidi concetti con forme fantastiche colme di quei slanci animatori, che il sublime costituiscono di questo angelico linguaggio.

 

 

RISPOSTA

DI GABRIELE FREGA

ALLA POESIA

del signor D. DOMENICO DE MARCHIS

 

Qual cosa poteva più sorprendermi

e rincorarmi che l'udire la voce del

maestro….

Lettera di MANZONI a GOETH

 

Signore

La voce degli uomini grandi ha questo di particolare che opera sovente grandi cambiamenti nelle anime che l'ascoltano. -Il vostro gentile invito fece svegliare in me l'eco fievole di una poesia che io credeva totalmente svanita, e in pari tempo, mi fece nascere il disegno di un poemetto, nel quale io poteva riannodare tutte le rimembranze della mia vita. -Nel breve schizzo poetico, che vi presento, io avea steso le fila ben lunghe, percorrendo tutta la linea del Tirreno, toccando Pesto, Pompei, Cuma , Baja, Miseno, Napoli, Capri, e tutti quei luoghi tanto celebrati per la storia e per le antichità, ed ove io scorsi gli anni primi della giovinezza, non trascurando la linea del Jonio , ove fiorirono le tanto famose Città della Magna Grecia.- Avvedendomi di essere troppo allontanato dall' orbita del mio soggetto, ho dovuto restringermi, per non perdere di vista il sentimento elegiaco sulla morte del defunto, e rinchiudermi quindi nella breve formola d'un'epistola poetica, tarpando continuamente l’ali agli slanci della fantasia che mi avrebbe delineato quadri più sublimi e svariati ne' diversi punti del mio Itinerario.

La lirica che ho incorporato ai versi sciolti, avrebbe dovuto essere riformata e rifusa in un novello impasto, rendendola più limpida e serena, togliendo molte di quelle strofe, la cui intelligenza vi si rende particolare riflettendo i tristi casi della famiglia del defunto; ma ho lasciato correre, pensando che si trattava di un soggetto di circostanza che brilla per momenti come luce fosforica per poi sparire una volta per sempre.

Gradite i sentimenti di stima del

Vostro affezionatisso servo

GABRIELE FREGA

 

 

I.

Qual voce è questa che dal Tiri muove,

E vien con l’aure melodiosa e cara,

E le sopite rimembranze antiche

Dolcemente mi sveglia e m' innamora?

E chi la spenta fantasia m' accende ,

E nuovamente la mia lira infiora ,

Quella lira che infranta e polverosa

Lasciai nell. alba di mia verde etade ?

Ahi ! che svaniti son quei dolci suoni ;

Son le care speranze inaridite !

E le vaghe illusioni e i dolci sogni ,

Sparir per sempre come nebbie al vento t

A che dunque m' appelli, o dolce amico ,

A che mi chiami a quei trascorsi giorni ?

Forse tu credi ravvivarmi ancora

L'ala brillante che spiegava al Sole

Della mia prima fantasia d'amore?

Forse quei giorni mi rinnovi, o il canto

Ancor tu speri risvegliarmi in core,

Quel canto che io scioglieva dolcemente

Nel rosato mattin degli anni primi?

Quel canto che primiero in su la riva

lo sciolsi del Sebeto , e innamorato

Del vago Cielo e di quell'aure amene,

Cantai d. amore le delizie, e l' onda

Cantai del mar che rea bello il canto

Delle Sirene, e sol da lungi il guardo

Spingea sul Bruzio Cielo salutando

I miei tetti materni e i patri colli ? ..

 

II
Ma tu, dell'armonia inclito figlio,
Canuto veglio, tu, che caro c bello
Come il vate d'Albion, siedi tra noi;
Tu che del tempo e dell' età cadute,
Vinci il silenzio, e l'armonia diffondi,
Come l'onda che mormora pe' campi;
Tu nuovamente rifiorir mi fai
Le rose sul mio crine, e nel mio petto
L'estro raccendi animator de' canti.
Chi può seguirti nel sublime volo,
Quando lo spirto delle muse invade
La fibra del tuo cor; quando la fronte
Alzi su i colli della Brezia, e il guardo
Vibri lontan nelle pianure antiche,
Onde Grecia ebbe nome, e misurando
Le rovine del tempo e le sventure ,
T'innabissi nel nulla? E quando il guardo
Nella notte de' tempi tu sprofondi ,
Evocando le cose e rimembrando
I secoli passati e le vicende,
E le glorie vetuste e gli arsi avanzi
Di Petilia, di Sibari , di Locri,
E Metaponto e d' Eraclea distrutte,
E le cento città che fean corona
All'onda Ionia ricoperta sempre
D'Ellenniche triremi?1  Ah! sì, possente
E il tuo canto, o signor; possente il canto,
Quando in bulia del febeo furore,
le tue chiome abbandoni, e scintillante
Ruoti lo sguardo per la curva immensa,
E de' cieli misuri e della terra
La interminata solitudin muta.
Quando la lira impugni, e le sonanti
Corde disciogli all'infuriar de' venti,
S'ode da lungi il tintinnio d'argento.
Ancor piena del Tiri è l'onda amena
Di quei suoni beati; ancor s'ascolta
Correr con l' aure e mormorar con l'onda;
Simile al sol che piega al suo tramonto
Ancor caro tu sei; ancor la voce
Pieno di foco giovanil diffondi
Nel regno delle Muse, e il crin ti cingi
Di rose e viole che fan caro e bello
Il mattin della vita ....
 
 

1 Vedi le Monografie di vari paesi Albanesi, e le diverse Poesie del Signor D. Domenico Demarchis, nelle quali traluce robustezza di pensieri , bellezza di stile, ed una erudizione senza pari. Un' ultima poesia inedita ed intitolata « Addio agli ameni studi » è così ricca e svariata di quadri sublimi, e commoventi che ti sembra sentire realmente l'ultima effusione di una grand'anima, che si separa dalla terra dando un lungo e melanconico Addio alla Natura, ed alle più belle Opere del genio Umano. Questo magnifico componimento non potrà restare lungamente nascosto alla luce.

Un altra bella operetta del medesimo venuta in luce giorni dietro è la Monografia Storica di Lungro. Questo libro è così ricco di vedute filosofiche, economiche, letterarie, morali, religiose, geologiche e giuridiche, e talmente fecondo e suscettivo di applicazione, da mostrare che teatro ben più vasto di avvenimenti, sarebbe degno di ricevere moto, e vita dalla sua magica penna.

 
III
 
			Ahi! qual ti veggo
Feral cipresso! E qual nel cor mi desta
Flebili suoni la tua lira, e al pianto
Mi sforza e mi commuove?
			Ah, si, t'intendo!
La voce è questa del dolor, la voce
Che tra l' urne diffondi e tra i cipressi,
E l'amico tu piangi!- Il piansi anch'io,
E riverente m'inchinai sul sasso,
Che il muto frale dell' estinto chiude ,
E tre volle il chiamai, tre volte il bacio
Posai sull'urna e la covrii di fiori!
Là dove l'onda fragorosa batte
Del mar Tirreno, e dove il sol tramonta;
Là, dell' Esperia in su quei lidi antichi ,
Dentro quei regni favolosi e muti,
Il tuo canto giungea; udii da lungi
Il triste caso, o dolce amico, e il pianto,
Lontan dall'ombra de' materni allori,
Per te versai, e te piangea dolente
Ne' giardini d' Esperia! -Era serena
Azzurra l' onda, ed il desio mi nacque
Di correre con te quei lo chi ameni;
Ma col desio mi giunse il tristo annunzio

Che rivederti non dovea più mai! 2

E tu, o giovinetto, cui la sera

Lasciai di mia partita, e gl'irti monti

Varcai di Lungro, e col tuo nome in bocca

Toccai le arene dell'Accichio mare,

Spesso tornavi al mio pensiero, e spesso

Sul destin di tuo padre io lacrimava!

Ahi, come ti vedrò? Qual fia la prima

Parola amica che ti verso in seno?

Qual balsamo ti appresto? ah queste sono

Quelle gioie promesse, e l'augurato

Presto ritorno, e l' avvenir sperato

Dai nostri cuori a più felici giorni!

 

2 L'autore faceva un viaggio artistico lungo le marine del Ponente quando intese la morte di D. Raffaele Maida. La vigilia della sua partenza si separava dal figlio D. Agostino Maida tra le carezze e le gioie di una vera ce e stretta amicizia.

 

IV

 

Punto nel core da mortal ferita, 3

E nella piena degli affetti miei,

Volai nel mar; spiegai le vele in alto,

E sulla prora del naviglio assiso,

Chiuso nel manto del dolor, men gia

I cieli e l'onda contemplando, e i mesti

Giorni trascorsi, e i dolci amici, e i cari

Tetti paterni al mio pensier tornaro.  

Volava il legno, e mi fuggia dinanzi

L' ampia curva de' monti, e mi parea,

Dentro quei boschi e dentro quelle valli,

Udir la voce delle ninfe; e quando

Le costiere toccai di Maratea,

Dentro quei boschi d'aranceti e mirti,

Vidi da lungi biancicar le case,

E i pomi d' oro dell'Esperia vidi,

E la Luna sospesa in su la cima

Di quei boschetti star silente e bella,

Come fanciulla che all'amor si accoglie.

Toccai di Palinuro il promontorio,

Ove l'Eroe di Troja al fido amico

Gli estremi uffici gli rendea pietoso;

E del suo nome risuonar gli spechi

Fece tre volte, e per tre volte l' acqua

Spruzzò sull'urna del compagno estinto.

E tre volte chiamai te, o dolce Amico,

E tre volte il tuo nome ripetei

Sovra quell'onde! A te fu sempre caro

Il cor d' Enea e del suo Vate il canto!

Perché si presto della vita il raggio

In te si spense, o caro, e perché muta

E l'alma lira che fu tanto grata

Al padre Apollo ed alle nove Muse! 4

O sponde del Tirreno, io vi saluto!

O ruderi dispersi, o vecchie mura,

Ancor vi veggo, ancor si serba in voi

L'orma possente dell'antico Impero.

O tremule marine, o sorridenti

Verdi isolette, o valli, o boschi, o mirti ,

Ove l' ala posò de' Greci Vati

E v'adornò di sue dorate fole,

Di quell'eterne fantasie divine

Di cui la terra ancor si pasce e gode.

E bella ancora la natura, è bella;

Ma la voce dell' uom perché qui è muta? ..

Oh, se ti avessi al fianco mio seduto

Divino Veglio, tu mi avresti al certo

Del passato i volumi ad uno ad uno

Aperti al guardo! E tu mi avresti ancora,

Spalancato le porte e rotto il velo

Che al cieco lume l'avvenir mi chiude!

Belle di fama son queste contrade,

Ed or la storia ed or le Muse stanno

Di tai lochi custodi - È antico il grido,

Che a questi lochi 5 ramingando venne,

Quel d' occhi cieco, ma di mente immenso,

Ch' armonizzando la robusta lira,

Queste belle contrade popolava

Di bei sogni d' amor. Forse su questi

Rezzi adagiò la sua canuta chioma,

E la Musa venia cullando in sogno

I suoi pensieri, mentre intorno a lui

Fremevan l'aure d'armonia ripieno.

Dormiva il veglio infin che l'alba in cielo

Venia quei mari a tingere di rosa,

E desto in sul mattino udiva il canto

Delle Sirene, e in mezzo a lor vogando

Passar l' illustre pellegrin che i molti

Error sofferti e i tortuosi giri

Fecer bello di fama e di sventura.

Vive la fama ancor, vivono i lochi

Ch'eternava la Musa di quel Veglio,

Ed or nell’onda, ai campi, e dentro l'aure

Si serba ancor quell'armonia divina

Salvete, o piagge, e voi ridenti colli,

Forse verrà che, un'altra volta ancora,

A me fia dato riposare il capo

Sotto quest'ombre e questi verdi aMori;

Ma dell'amico non vedrò più mai,

La dolce imago; nè potrò nel core

Versar gl'incanti e l'armonie celesti

Di quelle care solitudin mute !

 

3 La mattina appresi la morte dell'amico, e la sera, il raggio di luna, feci una corsa per mare lungo quelle amene e ridenti costiere del Tirreno. L'aspetto del mare ha un non so che di sollievo per le anime dolenti.

4  D. Raffaele Maida, oltre di essere un profondo -giureconsulto e filosofo , era ancora esimio letterato e poeta, innamorato fortemente di Virgilio.

5  Che Omero fosse stato nelle marine del Ponente è opinione de' più celebri scrittori. La navigazione di Ulisse si aggirò tutta nei mari del Tirreno -È inutile citare i diversi autori. quando i famosi giardini dell' Esperia, e i diversi luoghi descritti dal primo pittore del mondo, parlano vivamente al 1lostro cuore ed alla nostra mente.

V

(Continua)