Da "Gl'Italiani per l'Indipendenza della Nazione Albanese"
di Oreste Camillo Mandalari (1936)
"Ecco l'importante e sconosciuto carteggio, che si compone di una lettera al Re di Napoli, con copia di un'altra di Giovanni Antonio De Ursinis, principe di Taranto, che lo voleva tirare delle parte di Ranieri D'Angiò, ribelle, seguito da molti baroni pugliesi.
La terza lettera é la risposta di Scanderbeg a detto principe, piena di grande e nobilissimo sdegno superiore ad ogni tradimento, maravigliato e addolorato di vedere gente che viene meno ad un giuramento.
Questo documento é di tale altezza e bellezza morale da mettere l'Eroe albanese a fianco di un personaggio omerico o dantesco e da giustificare, a pieno, quelle rapsodie popolari e nazionali, nate intorno al suo Nome e alle gesta, dopo la sua morte.
Ecco la lettera al Re di Napoli, che chiama: signore nostro".
Copia litterarum Scanderbechi ad Serenissimum dominum nostrum Regem Siciliae. (A Ferdinando I d'Aragona, ndr)
Sacra Regia Majestas
Segnor Pessima natura pare de quelli homini che vedono loro Signori parenti o amici constituti in alcuna necessità, che spectano essere pregati o recercati. La Maestà Vostra so certo se recorda che immediate che comenzarono ad sequire novitate et rebellione nel vostro Reame per satisfare a mio debito ve mandai ad offerire la persona, li beni et quanto tenia al mondo. La Maestà Vostra o che credesse non gli dovesse bisognare, o che pensasse che io non ponesse ad effecto quello dicea, ne me ricercò mai de niente, et per le novelle che io sentiva, andando le cose de vostra Maestà omne di male in pegio, senza altra vostra consulta con quilli pochi navilii che possetti havere mandai alcune gente in Puglia da piede et da cavallo per servitio de Vostra Maestà; li quali non sento che per ancora habiano facto fructo, se non che lo Principe de Taranto me scrive una littera de la quale et de la risposta che li facio mando copia a la Maestà Vostra. Meravigliome de la Soa Signoria che per brusche parole crede che io me habia a mutare de mio proposito, ma una cosa voglio dire, Dio, guardi de male de danno et de periculo Vostra Maestà, ma segua qual caso voglia che io sero amico de la virtù et non de la fortuna. Vegia la Maestà Vostra se le mie gente se hanno facto servitio, e se ve ne devono fare, et se degio mandare de le altre et in che numero, notificandovi che più giorni fa ho messo in puncto ducento boni cavalli li qualli stanno a petitione de Vostra Maestà a la quale devotamente su plico che vedendo alcuno dubio de vostro stato ve piacia advisarmene perché Signore possa passare personalmente con tanta gente che mancandovi ogni altra persona a me basta l'animo a supplire con li mei et con la bona fede con la quale voglio morire con tucti in servitio et stato de Vostra Maestà. Ali piedi de la quale h umilmente me ricomando. Datum in Croya a di. ultimo octobre 1460.
Servitore de Vostra Maestà
GEORGIO CASTRIOTO DETTO SCANDERBEGO
cum recomandatione
Copia litteraram per Principem Tarallti Scanderbego
Spectabilis Magnifice et strenue vir amice noster carissime. Avengadio che prima ce fosse dicto voi havere mandato a dire a Don Ferrando, che se lui ve mandava galee che sopra di quelle voi fareste montare gente che verriano ad ardere Brundusio et correre lo paese nostro facendoli grande offerte de venire o de mandare per subvenire ali bisogni soj non havemo possuto credere lo dovessimo fare tenendove per savio e per prudente, fin che non ne havemo visto experientia. Al presente simo avvisati voi havere mandato de le vostre gente da pede et da cavalo in puglia et quelle discorere et damnificare le terre de la Maesta de Re Ranieri et nostre, de la qual cosa ne meravigliamo perché de la prefata Maestà ne da noi non receveste mai iniuria ne despiacere alcuno. Anco ne possete sperare più beneficio et piacere che non recevesti mai dal Re de Ragona per memoria del quale dicite movervi a fare quello facite: perchè dovete essere certo che sono più catholici christiani li Regali de Franza che altri principi del mondo, dovete pensare che essendo già quasi tucti li principi et populi del Reame tornati a la fideltà de questo Signore che voi non bastati con Albanesi ad aiutare don Ferrando ne manco offendere tanti possenti inimici come luj teme, et per tanto ve ne pregamo et exortamo vogliate desistere dali prepositi vostri et per la bona via revocare le vostre gente. Et se con Ill.mo Signor Duca de Calabria figliolo et locumtenente de la prefata Maestà de Re Ranieri volete pace et bona amicicia, con vostro honore et bona condicione advisatice che ne offerimo ad essere mezano ad farve havere migliore partito, che non saperete adomandare: et se pur haverete voglia de fare guerra havete l'impresa vicina contro Turchi la quale ad voi pote donare più gloria et più honore che non è impaciarve in impresa perduta, la quale impresa non ve tocca, dove non possite recevere salvo mancamento senza utile alcuno con mettere in periculo tucti quelli che h avete mandati et mandarite, et per questa non dicemo più, spectamo con desiderio la resposta. Offerendoce a tucti li piaceri vostri. Ex Regijs nostris fecilibus castris apud Ayrolam die X octobris.
IOHANNES ANTONIUS DE URSINIS
PRINCEPS T ARANTI
Ma questa fiera, leale risposta è degna veramente di quel cuore di leone, che la dettò!
I COPIA RESPONSIONIS SCANDERBECCHI AD PRINCIPEM
Serenissime Principes et domi ne honoran dissi me. Ho ricevuto littera de V. S. la quale me ha dato più admiratione che despiacere, vedendo lo modo che me scrivete. Et prima dicite che essendo avisato che noj havemo mandato a dire ala Serenissima Maestà de Re Ferrando che se luj ce mandava galee che ve haveriamo Aosto suso gente per andare ad ardere Brundisis et correre lo paese vostro non lo h avete possuto credere tenendomi per savio et per prudente fin che sono gionte le nostre gente in Puglia ne h avete visto experientia: A questa parte respondimo che è vero che sentendo noj che voj ve eravate ribellato contra Sua Maestà gli mandammo a dire che ce mandasse dal canto de qua galee et altre fuste per levar gente da pede et da cavallo che tante quante ne vorria gli ne mandiriamo per servitio de Soa Maestà lo havesse facto, et ce avesse creso se non h avessimo arso Brindesi non che fosseno rebellate le terre che gli sono rebellate in Puglia.
Voi per ventura havereste havuto fatiga defendere el vostro non che cercare de levare lo stato de Soa Maestà quale é vostro Signore che per tale, ve lo convene tenere havendolo jurato. Et perché dicite meravigliarvi che le nostre gente discorano et faciano dano ale terre de questo Re che havete facto et vostre dalo quale io non ho mai recevuto ne guerra ne dispiacere alcuno et che ne posso sperare più beneficio che non ricevetti mai da quello sancto et immortale Re de Aragona del quale io ne nullo de li miei vassalli ni potemo recordare senza lacrime, ve respondemo che se voj ce teneti per fidele como dicete tenerce per savio et per prudente non ve dovete meravigliare de questo, perché ve dovete recordare che li consigli, subsidj et favore et sante opere de quello Angelico Re forono quelle che conservarono et defesono me et mei vassalli dale oppresione et crudele mane de Turchi inimici nostri et de la fede Catholica, et se io fosse stato spontato certamente Italia se ne sentiria, et per ventura quello dominio che voj dicite essere vostro seria loro. Si che havendo recevuto uno tanto beneficio da Soa Maestà non poteria jo ne li mei vassali mancare a suo figliolo senza diminutione et infamia de perfidia et de grandissima ingratitudine. Siche a questa parte non senza consiglio et prudentia havemo cercato satisfare ala fede per defensione dela quale havemo passato molti periculi, postomi infinite volte ad volontaria morte: che voj dicate che da questo vostro Re possemo spettare maiori beneficj per essere de li Regali de Franza megliori christiani che li altri principi, ve respondo che non lo cognoscone voglio cognoscere ne tenere se non per inimico, ma una cosa ve dico che credo che tucti siamo in quanto al batismo equali christiani, ma li infedeli non extimamo ne tememo se non le gloriose bandere de la casa de Aragona per la quale voglio morire. Ulterius dicite che non degio pensare possere subvenire al prefato Re Ferrando essendo ribelli quasi tucti li Caroni et populi del Reame: ve respondo che se de questo a1 presente el re Ferrando hame lo damno voj ne havete el peccato per tanti mali nen hano a seguire et la vergogna et la infamia de essere stato maiore si corno le boe donne che quando sono vechie deventano roffiane che con dolze parole conducono le altre a far come hanno facto loro, simile voj havete conducto li baroni e populi como castroni a macello. Ma ancora per questo non iudicamo lo dicto Re Ferrando havere perduto perchè Dio defenderà la sua justicia et li amici et li parenti non li deveno mancare.
Ma recordatevi che maiore era la possanza del gran Turcho che non è la vostra ne ancho del Signore che substenite et essendomi restata solo la cità de Iroya, la quale hogi è de la Casa de Aragona et de Soa Maestà et in quella trovandomi assediato con tra tanto podere la difesi finche con danno et vergogna lì Turchi se levarono et jo in breve tempo et con poca gente requistai quello che molti inimici in longo haviano guadagnato. Siche quanto più se deve sperare la restaurazione de lo stato de Re Ferrando che se non haovesse se non Napoli habiate per certo che ha ad essere vincitore. Et perchè dicite che con Albanesi non basterò ad ajutarlo ne ad defendere ne a damnificare li possenti soi jnimici ve respondo che se aio mutato lo effecto et se le nostre croniche non mentono noi ni chiamamo Epiroti et dovere havere noticia che in diversi tempi deli nostri antecessori passassero nel paese che hogi voj tenete et hebbero con Romani grandi bataglie et trovamo ut plurinum che hebero piutosto honore che vergogna; ma io farò extremo mio potere per la mia specialità et ancora per quanti amici et colligati tengo de aiutare et subvenire al mio Signore Re Ferrando et quando non potesse a mia parte de la mia obbligatione et al proprio honore et haverò impreso quello imprendere degio.
Che voj me exortate ad revocare le mie gente: dicendo se hagio voglia de fare guerra hagio li Turchi con li quali posso consequire maior gloria et honore; ve respondo che da voj non voglio exortatitone ne consiglio; le nostre gente non le havemò mandate che così presto habiamo a tornare, ma che servano lo Re Ferrando fino habbia integrato lo suo Regno et sono gente tale che bisognando che con bona volontà pigliariano omne morte in servitio de Soa Maestà. Ma queste che havemo mandate non è niente appresso a quelli havemo volontade de mano: dare piacendo Soa Maestà et etiam bisognando andaremo personalmente con tanta gente che non solamente con lo aiuto de Dio credeamo reacquistare Puglia, ma bastariamo depopularla tucta essendo despopulata et la vicinita de li Turchi non la possemo negare, la quale voi ce allegate, perchè con loro havemo combattuto longo tempo senza vergogna nostra como con loro havemo facta tregua per tre anni per potere satisfare ali comandamenti del mio Signor Re Ferrando.
Ma questo consiglio vostro sarja stato degno de maiore comendatione et anco più salutifero alanima et al corpo vostro se lo havessero preso, perchè essendo in extrema vecchiezza et vicino ali Turchi più che nullo altro Signor Italiano non potevate o consumare li vostri di et ancho li denari in più gloriosa impresa nela quale havereste havuto persuatore Dio et ancho parte de le potentie de hogi di a quello che fate haverite per contra et a questa ve conforto ve vogliate desponere, nella quale me trovarite pronpto et ferventissimo, lassando questo Regno insieme con lo Re in pace alo quale voi et io non possemo negare essere tenuti etcc.
Datum in Croya adi ultimo octobre 1460
GEORGIUS CASTRIOTUS
ALIAS SCANDERBEG