LETTERA APERTA DI DIELLI A DOMENICO CORTESE IN RICORDO DI

SALVATORE CORTESE

Caro Mico,

ho ricevuto per il tramite del mio vicino di casa il tuo libro dedicato alla memoria di tuo padre.

L 'ho molto gradito e se non di già letto accuratamente, 1 'ho subito sfogliato, soffermandomi qua e là, per l'interesse che mi ha suscitato, e particolarmente sugli scritti di tuo padre, a fatica, e con amore di figlio, da te rintracciati.

Salvatore Cortese è parte della mia storia e specificamente degli anni più belli del mio impegno sociale e politico.

A lui mi legavano profondissimi sentimenti di rispetto e di ammirazione ed un profondo affetto, poco meno che da figlio verso il padre.

E quei sentimenti sono oggi tali e quali, proprio perché il mondo, in tutti questi anni, è scivolato via via per strade tutt'altre che quella dell'onestà, espressa, appunto, da tuo padre.

Frequentavo con assiduità la sua casa, la vostra casa quasi contigua alla nostra, e ricordo come fosse oggi, tante conversazioni politiche con lui, benché lui reduce da tante sofferenze al confino, ed io appena uscito dall'adolescenza, senza esperienze politiche e assoggettato all'utopia.

A lui perveniva un giornale anarchico dall'America: L'adunata dei Refrattari ( forse tu ne conservi ancora qualche copia) e dagli anarchici italiani, il giornale " Volontà ". Quei giornali erano particolarmente impegnati nella critica al capitalismo mondiale e nella critica al sistema collettivista sovietico. Ma noi, io e altri compagni giovani e meno giovani, che li ritiravamo puntualmente, leggendo tutto e con avidità, prendevamo per oro colato soltanto le critiche al capitalismo e alla Chiesa Cattolica, pregni com'erano, altresì, quei periodici, di dottrina atea e di anticlericalismo; le critiche all'URSS, nelle quali si parlava di "purghe" e di "gulag" (dove morirono di stenti tanti comunisti italiani emigrati allora in URSS per sfuggire al fascismo! E se ne parlava così anzitempo, rispetto alle "rivelazioni" così tardive di Kruscev e poi dei comunisti italiani, dei nostri "capi"), quelle critiche, secondo noi non erano invece attendibili, e quindi, con singolare infantilismo, le irridevamo, non accorgendoci della nostra antilogica infantile dei "due pesi e due misure". E tuo padre stesso in uno dei suoi scritti da te raccolti, fa riferimento alla degenerazione sia dei partiti "di tutti i colori", dice lui, associando alla dittatura di Mussolini quella di Stalin, sia di tutte le rivoluzioni, sia di quella francese sia di quella russa per la quale noi giovani di allora avremmo dato la vita, costandoci, peraltro, sul piano esistenziale, non poco quel culto fanatico, infantile, della cosiddetta "patria del socialismo".

E neppure la dilagante corruzione, nel privato e nei pubblici poteri, è uno scherzo: un mero incidente di percorso, ma è effetto di una cultura da sistema: la cultura del materiale, dell'arroganza e del successo a tutti i costi: anche a costo di passare sul cadavere del tuo vicino e del tuo "compagno" Fra quei "compagni", ricordo particolarmente, con affetto e con dolore, il mai sufficientemente compianto "compagno" Pierino Martino, una delle prime vittime dei primi tradimenti del cosiddetto Partito verso i suoi militanti più onesti.

Ricordo ancora di tuo padre le sue sollecitazioni alla lettura ( sarebbe stato oggi, certamente, un acerrimo nemico della televisione e del mero materiale e del consumismo sempre più imperversante, a danno di tutti); ricordo il suo scaffale pieno di testi di letteratura russa, rilegati da lui stesso con un suo rudimentale attrezzo artigianale, retaggio degli anni del confino.

E più che uno strumento di lavoro, quello era per lui un segno visibile del suo amore per la cultura, e di una cultura non fine a se stessa, ma pregna di umanità e di amore per l'Uomo.

Quelle sollecitazioni non sono cadute nel vuoto e ne sono contento, anche se non conformemente al di lui Pensiero, per- che progressivamente, mentre trovavano conferma le critiche di quel Pensiero al sistema capitalistico, e mentre, ahinoi! ( i poveri ragazzi di allora), trovavano ancora più tragica conferma le critiche al sistema collettivista in atto nell'URSS fino al termine degli anni 90, non altrettanto può dirsi, appunto, dell'utopia anarchica, se così triste si è rivelata, via via negli anni, e particolarmente lungo il Novecento, la condizione umana. La quale, appunto in quanto così triste e così contraddittoria, il che smentisce categoricamente sia Rousseau, sia Marx, sia i presupposti del pensiero anarchico, non può fare a meno di Dio, come vaticinò proprio uno dei più grandi della letteratura russa, Feodor Dostoewskji, e come declamò in Italia, quel "rèprobo che fu Ignazio Silone, come lui diceva, "cristiano senza chiesa e socialista senza partito", mentre tutti galantuomini si rivelavano i manipolatori della povera gente! E a quei grandi galantuomini, senza macchia e senza paura, appartengono quei "capi" ai quali tu accenni nel libro, e che dai pacchi di viveri e vestiari che nell'immediato dopoguerra pervenivano dalla Prefettura di Cosenza, come tu dici. "si sceglievano le cose migliori, lasciando il resto alla povera gente", e in questo confermando essi, senza volerlo e senza punto saperlo, il salmista (21,19) e smentendo , Marx.

E di li, la decisione di tuo padre di non frequentare più la Camera del Lavoro (chissà cosa ne direbbe oggi!) e di dimettersi da ogni incarico politico.

Tutto ciò conferma che è da quel Dio,e da Lui soltanto, e non altrimenti, che riceviamo i doni più belli, fra i quali, appunto, l'onestà, benché a tanto tuo padre, un uomo esemplarmente onesto, non credesse, anche se nello stesso anarchismo, vi è tanto Vangelo (V. Tolstoj, che tuo padre richiama nei suoi scritti). E non si avvedesse, neppure lui, come tantissimi onesti, che l' onestà è Grazia di Dio, anche quando ci si professa atei, e che la propria professione di fede politica, vuoi fascista, vuoi antifascista (giusto per riferirci all'epoca), vuoi comunista vuoi anarchica, o la propria professione di fede religiosa, vuoi cristiana, vuoi musulmana, vuoi buddista o altro, quanto all'onestà e alle altre peculiarità morali (tutti i buoni e gli onesti da una parte, e tutti i cattivi e i disonesti dall'altra!), non c'entrano proprio!

Della sua onestà proverbiale, si raccontava con ammirazione un fatto esemplare: c' era nella nostra gjitònia a quei tempi un negozio di vendita di generi alimentari, foraggi e poche altre cose: don Xhuani Mimikut. Tuo padre, come erano soliti fare un po' tutti, allora, operai e contadini, perché le donne adempivano soltanto alle faccende di casa, una sera, tornato dal duro lavoro di campagna, si recò in quel negozio e fece un po' di spesa. Don Xhuani gli voltò il resto, ma tuo padre non lo contò. Rientrato a casa, riscontrava che Don Xhuani gli aveva restituito più del dovuto. Allora, per quanto così stanco ( come sa chi ha esperimentato le fatiche dei campi), si rimise le scarpe e tornò al negozio di cui parlo, restituendo l'eccedenza datagli per errore: "Zà, don Xhuà! Mi dhee më shumë!". 

Una onestà, quella, ribadisco, che, analogamente ad ogni altra singolare peculiarità morali, ne fede religiosa ne credo politico o partiti politici, potranno garantire mai. E particolarmente i partiti, che tuo padre aborriva, per quanto, ancora oggi necessari, finche non si troverà una formula migliore, come veicolo della democrazia (chissà se e chissà quando, "vera democrazia").

Quindi, alla luce di tanti tradimenti, ed anche degli efferati tradimenti di casa nostra, tutti, dal postfascismo in poi, Mons. Stammati, che tu richiami nel tuo testo, a quei tempi solo un parroco povero e per i poveri, aveva ragione, anche se neppure io gli credessi, benché legato a lui da profondi sentimenti di stima e da sincero affetto. Anche se avevano torto tanti (non la massa), ufficialmente nella sua stessa barricata, che la difesa della fede religiosa assumevano a copertura della loro scelta, puramente e semplicemente materiale e del tutto ovvia, vale a dire, senza vero slancio spirituale, di difesa dei propri privilegi e della propria conseguente condizione sociale: il loro terrore era semplicemente questo: che i comunisti li espropriassero dei loro beni! Un tutto, oggi sommerso dalla globalizzazione: destino di ogni insignificanza!

Ricordo ancora, uscito tuo padre dalle sue tribolazioni, quanto il mio affetto per lui mi indusse a fare, e fu per me un onore, per ottenere un qualche riconoscimento delle sue peripezie, da parte dello Stato, sotto forma di sussidi0 a tua madre, in quanto conseguenti il suo male e la sua morte alle angustie del confino.

A parte la cura di una regolare pratica per vie burocratiche, scrissi una quantità di volte all'epoca a Pertini che fu compagno di confino di tuo padre, ed a Wodizska, anche alla luce di certificazioni cliniche del Dottor Giosafatte Laurito che si prodigò per dimostrare il nesso di causalità fra il confino e la morte di tuo padre.

Se ci sarà una presentazione del libro, non potrò essere presente, perché, come è ben noto a tutti, a tali iniziative (e se ne sono prese e se ne prendono tante, e tante senza aggettivi, perché del tutto ineffabili e peraltro finalizzate a ben altro che a scopi puramente culturali e disinteressati) non uso partecipare per una serie di ragioni, effetto di scelta intellettuale. Tanto è vero che essendo stato richiesto, appena un anno addietro, di una presentazione di un mio testo su don Lorenzo Milani in una città, sul cui periodico più importante s'era scritto in merito, ho risposto rifiutando, benché assai grato di quella attenzione, sollecitando invece contributi critici al mio testo, per aprire un ennesimo discorso sul famoso priore.

Con i più cordiali saluti.

Lungro, 20 luglio 2007.

Tommaso Marotta