LA FIERA DI SAN LEONARDO
da "Il volto della Memoria" di Pietro Napolitano
- Scrive Domenico De Marchis nel suo "Breve cenno monografico del Comune di Lungro" edito in Napoli nel 1858: "Allorché in aprile del 1833 il nostro Augusto Sovrano si degnò di visitare la salina, ed onorare il Comune di sua Real Presenza, tutt'i lavorieri sommamente devoti del Santo, gli umiliarono le loro suppliche, ond'esser facoltati ad erigere a proprie spese un Santuario più decente del Serafino di Mascale, e la Maestà Sua, Con quella bontà che tanto la sublima, si degnava appagare la religiosa richiesta. Si vacillò per qualche tempo sulla scelta del luogo, designando alcuni per Sito lo stesso recinto della salina; ma nel 1842 il barone Fava Direttore della stessa prescelse la località dell'antica Cappella, talché censito dal clero il fabbricato ridotto a un mucchio di rottami, pose mano alla costruzione...
Sotto la gestione del direttore funzionante signor Salvatores compivasi l'iniziata costruzione, e nel giro di due anni il Santuario coi suoi splendidi ed eleganti arredi toccò il suo termine. Finalmente varcano ormai quattro anni, che si ottenne l'autorizzazione di celebrarsi una fiera nel dì festivo del Santo... ad incremento del commercio, che tutto rifonderà al bene del Comune".
Sono quindi quasi 150 anni che si svolge la fiera di S. Leonardo nel breve ed ameno pianoro intorno alla cappella che la devozione dei salinari aveva ardentemente voluto e che ora non c'è più. Al suo posto, adesso, soltanto una piccola edicola resta a ricordo di tale devozione, ma la fiera vi si svolge ancora, nella ricorrenza della festività del Santo, il 6 novembre. Io però non voglio descrivere la festa che vi si svolge ai nostri giorni: voglio bensì narrare i miei primi ricordi che di quella festa conservo nello scrigno della memoria, essendo in piena sintonia con l'affermazione di Giovanni Pascoli: "Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo".
La fiera veniva allestita già la sera della vigilia e la gente vi conveniva dai paesi vicini, a piedi o con l'asino, pochi col carretto. Nello Spiazzo attiguo alla cappella c'erano dei ricetti molto rustici, utilizzati da gente che vi allestiva un posto di ristoro Con la preparazione anche di pasti caldi. Per l'occasione, veniva anche dissuggellato il rubinetto della fontana pubblica ivi esistente che, per il resto dell'anno, restava costantemente muta. Lungo la strada statale venivano sistemate le bancarelle del mercato e sulle colline adiacenti si svolgeva la fiera del bestiame. Per lo più suini, caprini e asini. Al fine di accapparrarsi i teneri galletti ruspanti, i lungresi, la mattina presto, andavano ad attendere l'arrivo dei contadini altomontesi lungo l'erta serpeggiante proveniente dalla salina.
Il mio primo ricordo è legato ad un lungo e defatigante cammino a piedi, su per le impervie scorciatoie, con mia madre e un gruppo di altre persone cui imposi diverse soste. Avevo non più di sette anni, e tanto ingenuo stupore.
La fiera era un avvenimento di notevole importanza per tutto il circondario. La gente vi si recava per fare le provviste per l'inverno imminente, ma era anche occasione d'incontri, di aggiornamento, di evasione. Ilo mi divertivo un mondo. Mi piaceva gironzolare tra le bancarelle, osservare ciò che avveniva, sentire l'effluvio della folla in continuo andirivieni che in alcuni momenti si trasformava in un vero pigia pigia. M'incuriosivano gl'instancabili strilloni che cercavano d'imbonire il pubblico per convincerlo ad acquistare la loro merce, che era sempre "la migliore" ed invariabilmente a "prezzo di fallimento".
Le bancarelle che però calamitavano l'interesse di noi bambini, erano quelle che esponevano i gustosissimi cavallucci di caciocavallo, i torroncini mandorlati, le sfiziose arachidi e poche altre leccornie. Fremiti di gioia pervasero il mio petto di fanciullo quando mia madre mi consentì l'acquisto di una piccola armonica a bocca. C'era l'usanza, alla salina, di anticipare il salario agli operai e lo stipendio agl'impiegati, la vigilia di San Leonardo e di San Nicola. E mio padre ci aveva dato appuntamento alla fiera, per i tanti acquisti necessari. In attesa del suo arrivo, mia madre mi portò da un venditore di scarpe e mi fece provare un paio di comodi scarponcini, ne pattuì il prezzo e disse al commerciante di metterli da parte, perché li avremmo ritirati dopo l'arrivo di mio padre che avrebbe provveduto al pagamento. Ci fermammo poi dal venditore di filo e manufatti di lana. E intanto mia madre si mostrava in ansia per il ritardo di mio padre, visto che molti suoi colleghi erano già in circolazione. Finalmente, quando il sole era ormai tramontato dietro il dorsale appenninico, lo vidi apparire tra la folla che andava nel frattempo diradandosi, ma il suo aspetto non era affettuoso e protettivo, come sempre: era stranamente accasciato, con la fronte imperlata di sudore, ma ancora con i nervi tesi. Ci chiamò in disparte e, quasi liberandosi di un groppo allo stomaco, disse d'un fiato: -Andiamo! Ho perso i soldi, oppure me li hanno rubati. Li avevo in tasca, avvolti nel fazzoletto, e non li ho trovati più. Ho rifatto due volte il percorso a ritroso, ma inutilmente!
Io diedi uno sguardo malinconico alla scatola, avvolta in un foglio di giornale, che conteneva gli scarponcini che non potevo ormai più ritirare, poi c'incamminammo con tristezza lungo la via del ritorno.